Dopo l’esperienza ad Amici, Vybes, pseudonimo di Gabriel Monaco, torna con Socialmente Utile, il suo nuovo album, un progetto che affronta temi attuali e profondamente personali attraverso uno sguardo autentico e diretto. Dalla salute mentale alla solitudine, passando per l’inclusione e la libertà di espressione, il giovane cantautore racconta il mondo che lo circonda senza rinunciare a mettere in musica le proprie fragilità. In questa intervista ci parla della genesi del disco, del percorso di crescita vissuto negli ultimi anni e dell’importanza di chiedere aiuto quando se ne sente il bisogno.
Intervista a Vybes per l’uscita dell’album “Socialmente Utile”
Vybes, “Socialmente Utile” è il tuo album. Partiamo dal titolo: come nasce?
«Innanzitutto ciao a tutti. Socialmente Utile nasce da un insieme di esperienze. Arrivavo da un percorso come Amici, dove ho riscritto gran parte delle cover che mi venivano assegnate. Sono cresciuto ascoltando artisti come Caparezza e Fabri Fibra, che affrontano spesso tematiche sociali, e a un certo punto mi sono chiesto: perché non realizzare un progetto in cui ogni traccia racconti una questione sociale diversa? Da lì è nato il concept dell’album e anche il suo titolo.»
Qual è stato il tema più difficile da raccontare?
«Probabilmente quello affrontato nell’ultima traccia, Vorrei solo innamorarmi. È il brano più intimo del disco e parla della solitudine e del fatto che, nel corso della mia vita, non ho mai trovato quella che sentivo essere la mia metà. Le canzoni in cui ci si mette davvero a nudo sono sempre le più difficili da scrivere. Non sai mai quando arriverà il momento giusto per raccontare certe cose. Scrivo spesso brani malinconici, ma quando il tema è così personale trovare le parole giuste è complicato. Questa, però, era la canzone perfetta per chiudere il progetto.»
Hai citato Amici. Che esperienza è stata?
«Un grande vortice. Venivo da una realtà completamente diversa: lavoravo in un forno, non conoscevo il mercato musicale e mi ero fatto conoscere semplicemente pubblicando video dalla mia camera. È stata un’esperienza che mi ha insegnato molto, sia sul funzionamento dell’ambiente musicale sia sul modo di affrontarlo. È stata una palestra incredibile per la scrittura: ogni settimana dovevo riscrivere delle cover e questo mi ha aiutato tantissimo. Tornato a casa, mi sono accorto di scrivere con più facilità e velocità. Sotto quel punto di vista sono cresciuto molto.»
Parliamo della copertina del disco. Come è nata?
«Volevo qualcosa che non fosse banale. Mi piace molto osservare opere d’arte e quadri per trovare ispirazione, perché credo che arte visiva e musica vadano di pari passo. Cercando qualcosa che rappresentasse l’identità del disco, ho scoperto un dipinto del 1943 intitolato Libertà di parola. Mi è sembrato perfetto: il titolo stesso richiama ciò che voglio esprimere con la mia musica, con la mia scrittura e con la mia persona. Era perfettamente in linea con il progetto.»
Pensi che i tuoi coetanei abbiano davvero libertà di espressione o siano troppo condizionati dai social e dal giudizio degli altri?
«Siamo tutti condizionati in qualche modo e probabilmente lo saremo sempre. Però credo che rispetto alle generazioni precedenti oggi ci sia molta più libertà di espressione, sia sul piano dell’identità personale e sessuale sia su quello della salute mentale. Nella Generazione Z vedo una maggiore apertura nel parlare dei propri problemi, dei propri dubbi e dei propri malesseri.»
Hai sempre raccontato le tue fragilità. Ce n’è una che stai ancora imparando ad accettare?
«Sì. Da anni lavoro su me stesso e il percorso terapeutico mi ha aiutato molto, sia a comprendermi sia a relazionarmi con gli altri. Una difficoltà che sto ancora affrontando è la sindrome dell’impostore. Spesso non mi sento all’altezza e ho la sensazione che gli altri siano sempre un passo avanti rispetto a me. Allo stesso tempo, però, questa sensazione rappresenta anche una spinta: mi dà fame, voglia di migliorare e di superare continuamente i miei limiti. È un tema su cui sto lavorando molto anche con la mia terapeuta.»
Qual è invece il momento in cui ti sei sentito più fiero di te stesso?
«Ce ne sono diversi. L’ultimo è sicuramente l’uscita del disco. Ci lavoravo da mesi e vedere finalmente il progetto pubblicato, disponibile per tutti, è stato emozionante. Non era più qualcosa chiuso nei file del mio telefono, ma una realtà concreta. Mi sono sentito appagato perché ero riuscito a mantenere una promessa fatta a me stesso: realizzare il disco esattamente come lo immaginavo. Un altro momento che non dimenticherò mai è quando ho cantato Chiedere aiuto. Quella canzone rappresenta un vero grido d’aiuto per tutte le persone che vivono o hanno vissuto situazioni simili alla mia.»
E tu, quando hai bisogno, a chi chiedi aiuto?
«Sono stato fortunato perché ho sempre avuto il sostegno della mia famiglia. Ho iniziato un percorso terapeutico in prima media e sono ancora oggi in terapia. La prima richiesta d’aiuto l’ho fatta ai miei genitori, che mi hanno accolto e sostenuto senza esitazioni. Poi c’è stato il lavoro con i terapeuti. Andare in terapia non significa semplicemente presentarsi agli appuntamenti: bisogna mettersi in gioco, aprirsi davvero. Anche quando ho dovuto cambiare professionista e ricominciare da capo, ho trovato la forza di raccontarmi di nuovo. Questo mi ha fatto capire quanto fosse forte il mio desiderio di stare meglio.»
Hai raccontato di convivere con dislessia, discalculia e disortografia. Quanto ti ha aiutato la musica?
«Moltissimo. A scuola non sempre mi sono sentito compreso. Spesso alcuni insegnanti vedevano questi disturbi come un modo per ottenere facilitazioni e questo rendeva tutto più difficile. Ho persino cambiato scuola. Nella musica, invece, non ho mai percepito limiti. Mi sento libero di esprimermi al cento per cento. Certo, a volte commetto qualche errore grammaticale e faccio leggere i miei testi ai miei genitori, che magari correggono qualche verbo, ma i miei problemi si fermano lì. La musica è uno spazio in cui posso essere completamente me stesso.»
In Socialmente Utile affronti molti temi sociali. Ce n’è uno di cui in Italia si parla ancora troppo poco?
«In realtà ho scelto di affrontare temi molto presenti nel dibattito pubblico, perché volevo esprimere la mia opinione su questioni che osservavo quotidianamente. Un esempio è Terraferma, che parla di migrazione e che nasce da una rivisitazione di un brano di Ivano Fossati realizzata durante Amici. Oggi si parla molto di immigrazione e sentivo il bisogno di dire la mia. Più che cercare temi poco trattati, ho voluto raccontare quelli che vedevo attorno a me.»
Cosa dovrebbe portarsi a casa un ragazzo che ascolta il tuo album?
«Credo che un artista non debba fare la morale o insegnare qualcosa. Io condivido semplicemente le mie idee, i miei pensieri e il mio modo di vedere il mondo. Se c’è un messaggio che vorrei arrivasse è quello di essere se stessi. Nella mia musica cerco sempre di rimanere autentico, senza usare parole che non mi appartengono o raccontare realtà che non conosco. Penso che chi ascolta il disco percepisca questa sincerità.»
Chi è oggi Vybes rispetto al ragazzo che ha iniziato a scrivere canzoni a Roma?
«Mi sento più maturo, soprattutto nella scrittura. Ho più consapevolezza e affronto la musica come un lavoro, non più come un semplice hobby. Sono cresciuto sotto tanti aspetti, ma allo stesso tempo sono convinto che ci sia ancora tantissimo da imparare. Si può sempre migliorare, fare di più e affrontare le cose in modo migliore. Sono certo che continuerò a crescere con il tempo.»









