Il mio amico Tempesta, una corsa per la vittoria tra dramma e agonismo – Recensione film

Il mio amico Tempesta

Normandia, 2001. Philippe e Marie, una coppia che ha lasciato la Camargue per costruire il proprio futuro nel mondo delle corse ippiche, diventano genitori della piccola Zoé. Crescendo, la piccola si affeziona in particolar modo a Tempesta, una puledra nata da una delle migliori cavalle di proprietà della famiglia, già distintasi nelle competizioni a cui ha partecipato.

La giovane protagonista de Il mio amico Tempesta andrà però incontro a un evento destinato a segnarla profondamente: una notte subisce infatti un tragico incidente che la costringe su una sedia a rotelle. Inizialmente costretta a stare lontano dai cavalli e consumata da una rabbia apparentemente inesauribile, la bambina diventa ragazza e ritrova progressivamente la voglia di vivere proprio attraverso il rapporto con Tempesta, ora elemento fondamentale per spingerla a guardare al futuro con rinnovata speranza.

Il mio amico Tempesta: insieme contro tutti – recensione

Il regista Christian Duguay torna nel mondo dei cavalli a quasi dieci anni da Jappeloup (2013) affidandosi nuovamente a una storia di passioni, di ostacoli e di riscatto, questa volta in un film ad altezza di adolescente. Il mio amico tempesta infatti è l’adattamento del romanzo per ragazzi Tempête au haras di Christophe Donne, uscito da noi nella sua versione graphic novel Corri, Tempesta!.

Il risultato è un’operazione fin troppo timida, eccessivamente consapevole dei meccanismi del melodramma familiare, con la disabilità della giovane protagonista usata come leva emotiva per far breccia nel cuore del grande pubblico. Tutti i passaggi chiave vengono rispettati: dalla bambina nata letteralmente in mezzo ai cavalli al sogno sportivo da realizzare contro quel subdolo destino, fino a quell’animale che diventa una sorta di anima gemella a quattro zampe, determinante nel completare la suddetta sfida di rinascita.

Una strada ricca di step prevedibili

Il percorso, non soltanto quello in pista ma anche sul versante narrativo, è così già scritto in partenza e il film dà il meglio quando sono i passaggi strettamente agonistici a prendere il sopravvento, a cominciare da quell’epilogo che tra musiche pompose e dialoghi ad effetto conosce bene le regole dello spettacolo a tema. Ovvio che la retorica domini gran parte delle quasi due ore di visione, ma va anche detto che le sequenze in cui emerge l’incredibile legame tra la protagonista e il cavallo possiedono una certa personalità.

Zoé è scritta come una figura destinata a raccogliere immediatamente la simpatia e il favore dello spettatore, mentre Philippe e Marie rappresentano due genitori pazienti e amorevoli. Al solito Mélanie Laurent ruba la scena a tutti nei panni della madre, in un cast che vanta anche la partecipazione d’eccellenza di Danny Huston. La giovane Carmen Kassovitz, figlia d’arte del famoso regista Matthieu Kassovitz, veste i panni adolescenziali della protagonista con una certa intensità, così come le più piccole June Benard e Charlie Paulet nelle relative versioni fanciullesche.

L’impressione è che ogni difficoltà sembri esistere esclusivamente per preparare il momento della rivincita, preparando il campo a quel finale dove le “cose vanno come devono andare”. Il mio amico Tempesta alterna così momenti di maggior sofferenza ed empatia a parentesi più luminose e cariche di aspettative, seguendo a conti fatti tutte le regole di questo sottofilone che è solito sfruttare con una certa prevedibilità dinamiche ormai ampiamente consumate.

Conclusioni finali

Un film sul riscatto, delicato ma prevedibile, che riprende l’archetipica amicizia tra una giovane protagonista e un cavallo per raccontare l’ennesima variazione sul tema. In Il mio amico Tempesta si aggiunge il dramma di una disabilità difficile da accettare, con la famiglia della protagonista pronta ad affrontare sfide non da poco nel tourbillon emotivo che ne seguirà.

Quando ci si affida al puro agonismo e alle riprese degli animali, il film acquista fascino dal punto di vista visivo e spettacolare, risultando invece più convenzionale nella gestione dei rapporti umani, nonostante un ottimo ed eterogeneo cast dove brilla la sempre bella e brava Mélanie Laurent. Il sentimentalismo cerca così di trasformarsi in emozione attraverso le regole non scritte della retorica, riuscendovi però soltanto in parte.

Avatar for Maurizio Encari
Appassionato di cinema fin dalla più tenera età, cresciuto a pane (anzi focaccia, da buon genovese) e classici hollywoodiani e scoperto, con il trascorrere degli anni, il fascino di cinematografie più sconosciute e di nicchia. Amante della Settima arte a 360 gradi, senza restrizioni geografiche o temporali di sorta, scrivo nel settore su svariate testate da quasi quindici anni, dopo una precedente esperienza nell'ambito della critica musicale. Con un debole per il tennis (primo estimatore di Roger Federer), il rock dalle sonorità più estreme a quelle più leggere e cantautoriali, e la birra artigianale, perché una buona pinta, insieme a un film, ci sta sempre bene.