La dottoressa Lilian Steiner, americana trapiantata a Parigi da anni, è divorziata dall’ex marito Gabriel, un oftalmologo con cui l’amore non è però del tutto finito. Quando la paziente di lungo corso Paula Cohen-Solal perde la vita in quello che familiari e amici sostengono sia stato un suicidio, Lilian non è convinta dalla versione ufficiale.
Il marito della deceduta, Simon, la evita apertamente anche al funerale, mentre la figlia Valérie è convinta che la madre si sia tolta la vita proprio con le pillole da lei prescritte. La protagonista di Vita privata comincia allora a condurre un’indagine personale, mentre la sua vita familiare e professionale rischia di sgretolarsi con metodica inesorabilità.
Vita privata: il prima e il dopo – recensione
Chi ha seguito la carriera di Rebecca Zlotowski dal burrascoso esordio di Belle épine (2010) – con protagonista una giovanissima Léa Seydoux – sa come la regista intende esprimere sul grande schermo una certa idea di intimità esasperata: storie di corpi in pericolo, di affetti mancati, di margini sociali dove le emozioni bruciano più in fretta perché non hanno protezioni sicure.
In Vita privata si innestano suggestioni metafisiche, con il discorso sulle esistenze precedenti che va ad innestarsi in questo bizzarro e non sempre omogeneo ibrido tra commedia nera e a thriller d’investigativo. Un film che in questo continuo alternarsi di registri non riesce mai a decidere con chiarezza dove voglia andare a parare, un ché di paradossale giacché la protagonista è proprio una psichiatra che dovrebbe fare ordine mentale e non aggiungere ulteriore caos al già farraginoso intreccio.
Le vite degli altri
La Zlotowski ha sempre avuto un rapporto particolare con il fantasma come strumento narrativo ed emotivo, e qui è lo spettro del passato – con l’incubo nazista e la religione ebraica della donna suicidatasi a permettere divagazioni più o meno gratuite. Si cerca di indagare nel luogo dove la verità abita ma non può uscire, ma lo spunto pur carico di potenzialità si perde in una narrazione sfilacciata, popolata per altro da figure secondarie anonime quando non gratuite ai fini del quadro generale.
Il filo del discorso, così promettente sulla carta, in Vita privata si perde nell’affollamento generale di sottotrame e derive tonali. In questo contesto stratificato e non sempre equilibrato, Jodie Foster rimane una forza della natura, principale punto di interesse dell’intera operazione. In lingua originale recita interamente in francese, stratificando ulteriormente il già complesso personaggio. Non da meno un veterano del cinema d’Oltralpe come Daniel Auteuil nelle vesti chiave del marito, con altri interpreti di lusso quali Mathieu Almaric e Virginie Efira in più piccoli ruoli parimente fondamentali.
Conclusioni finali
Un film che trabocca di idee ma non riesce praticamente mai a controllarle, che si avventura in un terreno più bizzarro rispetto ad una premessa di partenza “relativamente” semplice: d’altronde si sa, quando c’è di mezzo la psichiatria, tutto è possibile.
Vita privata paga il suo voler uscire a tutti i costi dalla comfort zone, cedendo a numerose forzature per giustificare le derive di un intreccio sospeso tra toni più leggeri e altri drammatici, tra realtà e surrealtà, affidando al fascino senza tempo di Jodie Foster il compito di catalizzare, a dispetto di tutto, l’attenzione del pubblico fino al giungere dei titoli di coda.









