Una giovane donna bionda atterra all’aeroporto JFK di New York di ritorno da un viaggio in Oklahoma, che non era né di lavoro né di piacere – sarà poi lo spettatore a scoprirne il motivo. Sale sul primo taxi disponibile diretta verso il suo appartamento a Hell’s Kitchen, nel quartiere di Manhattan, e inizia a dialogare con il tassista Clark, uomo di mezz’età dall’aria vissuta, veterano del mestiere che ha visto e sentito di tutto a bordo della sua auto.
In Una notte a New York quello che dovrebbe essere un semplice tratto in macchina di mezz’ora si allunga irrimediabilmente per via di un ingorgo che blocca la strada. In quella lunga attesa fermi in coda tra guidatore e passeggera comincia una conversazione che progressivamente si fa sempre più intima e personale. E alla fine del percorso, entrambi scopriranno qualcosa in più l’uno dell’altra.
Su quattro ruote in cerca di risposte – recensione
Da Taxi Teheran (2015) a Locke (2013), il filone dei film ambientati all’interno di una vettura ha preso sempre più piede, trasformando l’abitacolo in un ridotto palcoscenico esistenziale dove i personaggi possono mettersi a nudo, senza filtri, a favore della camera. Titoli che scommettono molto sulla forza della parola, sulla chimica tra gli attori, sulla capacità dello spettatore di rimanere coinvolto anche in assenza dell’azione drammatica tradizionale.
Una notte a New York, esordio alla regia di Christy Hall dopo una carriera come drammaturga e sceneggiatrice televisiva, declina il tutto con una sensibilità contemporanea che affronta temi come la mascolinità tossica, i traumi generazionali, le relazioni affettive nell’era digitale e soprattutto quella particolare forma di intimità che può scaturire tra due perfetti sconosciuti, consapevoli che probabilmente non si rivedranno mai più.
Una confessione senza filtri
Un film senza dubbio dotato di una certa sensibilità, ma che non manca di passaggi più forzati, oscillando tra momenti di genuina brillantezza e cadute in uno schematismo teatrale inevitabile, che si fa forza – e non poteva essere altrimenti – sulle interpretazioni dei suoi protagonisti: Sean Penn e Dakota Johnson sono impeccabili e danno vita a due figure carismatiche e tormentate, per quanto non sempre supportate dalle caratterizzazioni dei loro personaggi.
Attraverso una serie di domande progressivamente più personali – in alcuni tratti l’essere indiscreto si trasforma in qualcosa di potenzialmente ambiguo e divisivo – la sceneggiatura fa emergere il background di lei e di lui, esponendo rimorsi e rimpianti, ma anche le speranze per un domani che può ancora cambiare, basta volerlo.
Passati dolorosi lasciati alle spalle e traumi ben più recenti vengono alla luce tramite quel provvidenziale incidente che permette al film di durare novanta minuti e al tassametro di schizzare alle stelle, dando effettivamente a Una notte a New York il senso di esistere in forma di lungometraggio.
Conclusioni finali
Un viaggio in auto che si allunga a dismisura diventa così occasione per il confronto esistenziale tra due anime potenzialmente affini: un navigato tassista della Grande Mela che ne ha viste di cotte e di crude e una giovane programmatrice alle prese con una turbolenta situazione sentimentale. Ambientato interamente a bordo di quell’abitacolo che diventa microcosmo di storie e ricordi, nonché di rinnovate aspettative, Una notte a New York vive soprattutto sulla notevole alchimia tra i suoi protagonisti.
Sean Penn e Dakota Johnson riescono anche laddove la sceneggiatura manca, riempiendo i vuoti emotivi di background sì accattivanti ma parzialmente forzati. Tutto in una notte per questa storia di confessioni reciproche, che sfrutta l’importanza della parola per affrontare argomenti spinosi, cedendo il passo a qualche caduta di tono che comunque non ne inficia eccessivamente il risultato.









