Alessandro Moretti ha una famiglia a dir poco problematica. La moglie Margherita è un medico affermato eternamente insoddisfatta e i tre figli sono la somma di ogni stereotipo generazionale immaginabile: Alice, è un’adolescente dalla critica sempre pronta; Leo è un sedicenne dedito alla cannabis; Anna è ancora una bambina piena di sogni. Completa il quadro la suocera Rachele, che vive in casa e non manca occasione per ricordare ad Alessandro che la figlia avrebbe potuto scegliere di meglio.
Per il compleanno della più piccola i protagonisti di Una famiglia sottosopra decidono di trascorrere una giornata a Gardaland, ignari di cosa lì attende al successivo risveglio. Il mattino successivo infatti, ciascun membro della famiglia si ritrova nel corpo di un altro. Alessandro è Margherita, Margherita è la piccola Anna, Leo è la nonna Rachele e così via, in un’anarchia comportamentale e corporale che dovrebbe essere il carburante comico dell’intero film.
Una famiglia sottosopra come il film – recensione
Il condizionale è d’obbligo giacché Una famiglia sottosopra è assai più timido e cerebrale di quanto la paradossale premessa poteva fare inizialmente pensare. Premessa che si limita a rifare – pratica ormai tristemente comune del nostro cinema nazional-popolare – il film francese Indovina chi? (2020), con ben poche variazioni di sorta. L’operazione diretta da Alessandro Genovesi, ormai specialista di adattamenti di questo tipo, si riduce infatti a una traslazione pigra dell’originale, senza trovare una propria ragione d’essere.
Il meccanismo del body-swap esige, per funzionare a pieno regime, almeno due ingredienti base: personaggi sufficientemente delineati da rendere paradossale la loro collocazione nel corpo sbagliato, e un cast disposto a spingersi all’estremo nell’attuazione dell’assurdo. In questo caso manca sia un fine lavoro in sceneggiatura, davvero troppo schematica, che nelle interpretazioni, con Luca Argentero e Valentina Lodovini che ci provano ma appaiono spesso spaesati. Al punto che il ruolo più gustoso è quello di Licia Maglietta, nonna ora “posseduta” dal nipote adolescente e cannaiolo.
Tutto molto scontato
Lo script si affida a una serie di situazioni prevedibili senza trovare mai il colpo di coda inaspettato. Sin dall’apertura in voice-over con la voce fuori campo di Argentero che cita l’incipit di Anna Karenina, con “ogni famiglia infelice a modo suo“, un biglietto da visita allarmante nella sua scontatezza, usato e riusato da molte produzioni a tema e non, che cerca di instillare superficiali pillole di cultura, ovviamente poi cadute nel vuoto.
I personaggi sono disegnati in modo così essenziale da non lasciare molto all’immaginazione e anche lo scambio tra di loro risulta spesso impalpabile. L’ambientazione iniziale e pre-finale a Gardaland risulta più gratuita che effettivamente necessaria, così come l’oggetto scatenante quella maledizione che caratterizza la breve visione di Una famiglia sottosopra. Un’ora e venti che non offre nulla di nuovo e originale, adagiandosi sulla specificità di uno spunto che il pubblico ha avuto modo di godere in pellicole ben più ispirate e divertenti.
Conclusioni finali
Un remake che perde il confronto con l’originale francese, un film già di per sé non certo memorabile che però sfruttava l’abusata premessa di partenza con un pizzico di inventiva in più. In Una famiglia sottosopra non si riesce a dar peso alle differenze generazionali in un film dove lo scambio di corpi è più timido del previsto, nonostante la marcata eterogeneità di un cast che tenta di insinuarsi in stereotipi più o meno credibili.
Un’operazione che a tratti sembra conoscere i propri limiti ma che invece di sfruttarli pienamente si limita a cercare risate e situazioni di comodo, strizzando l’occhio a un pubblico non troppo esigente nella reiterazione di un’Italietta ormai caricatura di se stessa.









