In un piccolo bar in mezzo al nulla, con il fumo delle sigarette che avvolge il bancone, un gruppo di uomini – alcuni più giovani, altri più vecchi – trascorre il tempo nel modo più tradizionale, tra pinte di birra e grasse e veniali discussioni. Si condividono storie vecchie e nuove, nel tentativo di far passare quel tempo che sembra immobile.
In The Singers numerose banconote da un dollaro sono lì a custodire decenni di esperienze e racconti vissuti da generazioni di avventori. Il cortometraggio ha inizio in una serata apparentemente tranquilla, quando uno dei clienti si vanta della propria voce, spingendo il proprietario del locale a far esibire Gavin, un anziano frequentatore che necessita del tubo per respirare e dotato di incredibili qualità canore. Questo darà il via ad una competizione improvvisata tra chi si trovava lì nel bar, ricca di sorprese inaspettate.
The Singers: canta che ti passa – recensione
Ha appena trionfato alla notte degli Oscar, condividendo il premio ax-equo con il nostro Two People Exchanging Saliva (2024) di Valentina Merli, nella categoria del miglior cortometraggio: un successo che porta alla ribalta questo breve film di diciotto minuti – titoli di coda inclusi – disponibile da qualche settimana nel catalogo di Netflix.
Un’operazione affascinante, che trasforma una stanza piena di individui solitamente distanti in una comunità connessa attraverso la sensibilità dell’arte, con la musica che permette ad ognuno di loro di esprimere al meglio se stesso, non mancando di inaspettati colpi di scena in un concept pur così apparentemente limitato.
Dalla carta allo schermo, dal passato al presente
Adattamento del racconto ottocentesco I cantanti di Ivan Turgenev, rende una semplice competizione improvvisata in un locale una riflessione sorprendentemente intensa e poetica sulla vulnerabilità , sull’espressione artistica e sul potere della comunità . Il regista Sam A. Davis rielabora l’opera alla base attraverso uno sguardo contemporaneo e profondamente umano. Formato 4:3, fotografia su 35mm e una grana visiva calda e a restituire sensazioni ed emozioni di questa unica ambientazione, accompagnandoci con un senso di familiarità quasi domestica anche tramite l’insistito uso dei primi piani.
Volti caratteristici e voci altrettanto uniche a caratterizzare questa disfida sui generis, all’insegna di un’atmosfera malinconica e raccolta, tra il fumo delle sigarette, banconote da un dollaro e conversazioni trascinate dopo una lunga giornata di lavoro. Un gruppo di interpreti, alcuni cantanti già abituati alla macchina da presa, altri esordienti, che portano sullo schermo storie di vita reali, difficilmente replicabili da attori navigati e famosi.
In The Singers non siamo davanti ad un arco drammatico tradizionale né a una conclusione definitiva, ma anzi l’epilogo lascia spazio a ulteriori suggestioni, chiudendo al contempo nel migliore dei modi l’eclettismo di una narrazione che non a caso ha conquistato l’Academy.
Conclusioni finali
Diciotto minuti che scorrono rapidi e incisivi, lasciando lo spettatore con il desiderio di saperne di più dei disincantati protagonisti, avventori di un bar alle prese con una sfida vocale che li mette alla prova, tra malinconia e sorprese. Adattando e contestualizzando il racconto di Turgenev, The Singers mette in campo un cinema esperienziale, con l’unica location quale teatro di una sfida all’ultima canzone.
Un bar buio, tra alcool e fumo, come centro del mondo, palcoscenico di studio antropologico di un mondo distante, di lavoratori stanchi e vissuti, pronti a trovare tramite il canto una valvola di sfogo, all’insegna di un’autenticità che si riversa in quei volti segnati dal fuoco di mille bevute.









