The Love Hypothesis, una rom-com a corto di chimica – Recensione

The Love Hypothesis

Olive Smith è una giovane dottoranda di Stanford che si impegna molto nella ricerca sul cancro, al punto da tralasciare complicazioni sentimentali. Quando scopre che Jeremy, il ragazzo per cui ha una cotta mai dichiarata, ha chiesto alla sua migliore amica Ahn di uscire con lui, decide di fingere di essere già fidanzata per non causarle dei sensi di colpa. La scelta ricade casualmente su Adam Carlsen, un affascinante professore che bacia di impeto per provare quella finta relazione.

Ma in The Love Hypothesis: Il teorema dell’amore è quasi scontato che ciò nasce per finta sia destinato a trasformarsi in qualcosa di vero. Inizialmente l’uomo accetta di stare al gioco, anche per risolvere una complicazione professionale non da poco, e così i due cominciano a uscire insieme come se fossero una vera coppia. Passando ore e ore fianco a fianco, per Olive e Adam non potrà che essere amore.

The Love Hypothesis: dalla carta allo schermo – recensione

Dal bestseller di Ali Hazelwood, nato originariamente come fanfiction di Star Wars – sì, a volte le vie della letteratura commerciale sono davvero infinite – ecco un adattamento che rispecchia pienamente la formula dei successi streaming contemporanei, con Amazon Prime Video che non si è fatto sfuggire l’occasione. Ci troviamo infatti davanti a una commedia romantica di routine, che intende riciclare l’appeal che le rom-com d’ambientazione universitaria da sempre hanno su quel corposo target di riferimento.

The Love Hypothesis – Il teorema dell’amore riprende una delle formule più abusate del genere, ovvero quella del finto appuntamento di convenienza destinato a trasformarsi in qualcosa di autentico. Una premessa che avrebbe diverse carte in regola per funzionare, e almeno dal punto di vista delle visualizzazioni l’impresa sembra riuscita, come conferma la cima della top 10 raggiunta nel momento in cui scriviamo. Ma che dal punto di vista critico non possiamo che analizzare in maniera ben meno accondiscendente…

Un film che non conquista

Nonostante una Lili Reinhart che si cala idealmente nel ruolo, la sceneggiatura finisce infatti per incastrarsi eccessivamente nei propri cliché e, cosa forse ancor più grave, non è palpabile nessuna alchimia tra l’attrice e la sua co-star, un quanto mai bolso Tom Bateman. Anzi, le scene romantiche che li vedono protagonisti scadono spesso nell’imbarazzo e nel ridicolo involontario, non rendendo per niente credibile quel legame in divenire.

Allo stesso modo le ricerche sul cancro condotte da Olive cercano di aggiungere un pizzico di verve melodrammatica, ma risultano per lo più gratuite e atte unicamente a inscenare quella tensione finale, che tra ricatti di terzi, non detti dolorosi e rivelazioni last-minute prova a incrinare almeno parzialmente il sentiero conducente all’epilogo che tutti si attendono. E quegli istinti da potenziale satira degli ambienti accademici rimangono inesplorati, tra figure secondarie poco caratterizzate e un generale senso di anonimato, pensato per lasciare le luci della ribalta a questa coppia improbabile, che quando anche si innamora davvero sembra sempre fasulla.

Conclusioni finali

Gli ingredienti erano pure quelli giusti, ma la ricetta con cui sono stati messi assieme risulta fin troppo telefonata per riuscire a regalare emozioni o sorprese di sorta a un pubblico che ha già visto innumerevoli volte una storia di questo tipo. E se i protagonisti mancano di chimica, il risultato non può che essere ulteriormente acerbo.

The Love Hypothesis: Il teorema dell’amore gioca coi cliché, tra sottotrame abbozzate e una messa in scena anonima, accontentandosi della propria forzata premessa per raccontare la love-story tra un affascinante professore, imbranato in amore, e una giovane dottoranda di spiccata intelligenza che non dimostra pari acume nelle questioni di cuore.

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Appassionato di cinema fin dalla più tenera età, cresciuto a pane (anzi focaccia, da buon genovese) e classici hollywoodiani e scoperto, con il trascorrere degli anni, il fascino di cinematografie più sconosciute e di nicchia. Amante della Settima arte a 360 gradi, senza restrizioni geografiche o temporali di sorta, scrivo nel settore su svariate testate da quasi quindici anni, dopo una precedente esperienza nell'ambito della critica musicale. Con un debole per il tennis (primo estimatore di Roger Federer), il rock dalle sonorità più estreme a quelle più leggere e cantautoriali, e la birra artigianale, perché una buona pinta, insieme a un film, ci sta sempre bene.