The Front Room, quando il male si nasconde in casa – Recensione

The Front Room

Belinda è una professoressa universitaria di antropologia, incinta del suo primo figlio dopo aver già perso un bambino. La donna, afroamericana, è alle alle prese con un ambiente accademico in cui il razzismo è comunque presente. Il marito Norman, bianco, riceve un giorno una chiamata che lo informa della morte del padre, che non vedeva da anni: questi nel testamento gli impone, per aver accesso alla cospicua eredita, di prendersi cura dell’anziana matrigna Solange, con cui Norman non ha mai avuto un buon rapporto.

La donna è ricca, anziana e malata. In cambio dell’ospitalità, offre il suo lascito. L’accordo sembra conveniente, ma come scoprirà la protagonista di The Front Room non tutto è oro quel che luccica. Solange infatti comincia a insinuarsi con sempre maggior ambiguità tra le mura domestiche, arrivando a portare Belinda a frequenti crisi di nervi e a covare inquietanti attenzioni verso il nascituro. E la situazione prende una piega imprevista…

The Front Room: la stanza dei misteri – recensione

Il cognome una volta tanto non inganna e infatti i registi Max e Sam Eggers condividono proprio i natali con il ben più famoso fratello Robert, autore di cult del calibro di The Witch (2015), The Lighthouse (2019) e Nosferatu (2024). Non potevano quindi che esordire dietro la macchina da presa – in un lavoro realizzato per l’appunto a quattro mani – con un horror, a quanto pare genere chiave nelle corde di famiglia.

In The Front Room possono contare su una villain d’eccezione, sfruttando l’esperienza di Kathryn Hunter nei panni di Solange: una suocera apparentemente claudicante ed estremamente bigotta, con influenze demoniache più o meno verosimili, dando vita ad una sorta di “creatura” appartenente di diritto al canone dell’horror domestico.

Il problema è che il film costruito attorno a lei, che riesce a essere genuinamente inquietante in più di un’occasione, non è sul medesimo livello, mantenendosi su una medietà di fondo che un tempo lo avrebbe reso ideale per i cestoni degli autogrill.

Spunti inespressi

Ricordiamo Susan Hill, scrittrice britannica del racconto omonimo da cui The Front Room è tratto, per un altro romanzo già portato su grande schermo, ovvero il ben più riuscito The Woman in Black (2012) con Daniel Radcliffe. La Hill è abile nel creare il terrore domestico, nel trasformare la casa in prigione e l’intruso in catalizzatore di tensioni represse. Il racconto breve, nella sua rapida essenza, funzionava, ma questa trasposizione non convince sia a livello tensivo che di logiche narrative, spesso portate all’eccesso o gratuitamente reiterate.

Brandy, cantante R&B di grande successo negli States, prova a gestire le problematiche di un personaggio non semplice e dato anche il colpo di scena nell’epilogo si rivela relativamente azzeccata; più anonimo invece Andrew Burnap nelle vesti del marito/figliastro, d’altronde ruolo destinato a essere inevitabilmente succube del serrato confronto psicologico tra le due donne.

Alcune scene disturbanti, legati a problemi di incontinenza o alla caducità dei corpi, cercano di rivitalizzare un’anima horror altrimenti relativamente anemica, con gli spaventi assai limitati e il “colpo di scena” finale che arriva a chiudere un’ora e mezzo di visione che non aveva già da un po’ più nulla da dire.

Conclusioni finali

Il mistero non viene approfondito a sufficienza, con il sovrannaturale utilizzato come potenziale miccia narrativa ma mai realmente indagato nelle crepe di questo ambiguo ménage familiare. Una coppia di futuri genitori prossima ad accogliere la matrigna di lui, un’anziana arcigna e custode di oscuri segreti, è al centro di The Front Room, horror/thriller domestico a corto di idee.

La questione razziale, inizialmente presentata come centrale e poi relegata sullo sfondo, le influenze di Rosemary’s Baby (1968) lasciate inespresse, problemi di salute che assumono contorni inquietanti: il racconto, adattamento di una storia breve, accumula suggestioni senza mai sfruttarle davvero, affidandosi soprattutto all’interpretazione, quella sì sottilmente sinistra, di Kathryn Hunter nei panni di una villain sui generis.