Tenzing, un’incredibile storia vera sul tetto del mondo – Recensione

Tenzing

Un’ossessione, raggiungere una vetta considerata inscalabile, arrivare lassù dove nessuno era mai giunto prima. Tenzing racconta una storia vera, l’ennesima sfida (vinta) dell’uomo contro la natura, ma anche un’amicizia capace di andare oltre i pregiudizi e superare confini non scritti.

La conquista dell’Everest del 1953 è d’altronde un evento entrato nella leggenda dell’alpinismo, rimasto impresso nella memoria collettiva occidentale soprattutto attraverso la figura del neozelandese Edmund Hillary, lasciando in secondo piano il contributo altrettanto decisivo di Tenzing Norgay, l’alpinista himalayano che raggiunse insieme a lui la cima della montagna più alta del mondo. Una lacuna che il film di cui vi parliamo in questo articolo prova a colmare.

Tenzing: contro tutto e tutti – recensione

Da bambino, Tenzing Norgay incontra il celebre esploratore britannico George Mallory, contribuendo ad alimentare una vocazione destinata ad accompagnarlo per tutta la vita. Diventato adulto, con il sogno di scalare l’Everest che lo accompagna per l’appunto fin dalla giovinezza, cerca di prendere parte a numerose spedizioni straniere impegnate nei tentativi di raggiungere la vetta. La sua conoscenza del territorio e la sua esperienza sono fuori dal comune, ma non bastano a garantirgli il riconoscimento che meriterebbe: agli occhi di molti occidentali rimane soltanto un indigeno rozzo e ignorante.

Nel 1953 arriva finalmente l’occasione che aspettava. Il colonnello John Hunt, a capo di una nuova spedizione britannica, intende affidarsi alle sue capacità, ma Tenzing chiede di partecipare direttamente alla scalata come membro effettivo della squadra, riuscendo infine a strappare un accordo. Stringe così un legame sempre più profondo con l’alpinista neozelandese Edmund Hillary, che diventa suo compagno di cordata: insieme affrontano difficoltà e pericoli nel tentativo di arrivare alla vetta.

Nel cuore della montagna

La salita verso quella montagna impervia, dove la neve e le condizioni estreme possono trasformarsi nella tomba di chi non le affronta con il dovuto rispetto, diventa anche un percorso esistenziale e spirituale. I flashback ripercorrono i sacrifici affrontati dal protagonista per arrivare a quei momenti così intensi, sospesi tra pericolo, incoscienza e coraggio.

Il lungometraggio di Jennifer Peedom, regista australiana che torna idealmente “sul luogo del delitto” dopo aver firmato due documentari a tema come Sherpa (2015) e The Mountain (2017), quest’ultimo guarda caso suo inizio della collaborazione con Willem Dafoe, qui nelle vesti del capo spedizione. Il ruolo principale è affidato all’attore tibetano Genden Phuntsok, mentre Tom Hiddleston interpreta efficacemente Hillary.

La sceneggiatura prova a restituire maggiore visibilità al protagonista dell’impresa, interrogandosi nel contempo sul peso delle gerarchie coloniali e sul rapporto spirituale che unisce l’uomo e la montagna. Un’operazione che può contare su paesaggi maestosi e su un’efficace tensione in alcuni passaggi, quando la morte sembra davvero a un passo, ma che ricade qua e là in convenzioni tipiche dei biopic tradizionali. Resta comunque un film capace di emozionare e intrattenere, ricordandoci come anche i “dimenticati” della storia ufficiale meritino di essere riscoperti.

Conclusioni finali

La vetta di tutte le vette, un obiettivo da raggiungere a ogni costo, che per il protagonista di Tenzing – l’omonimo alpinista himalayano – rappresenta non soltanto il compimento di un’impresa sognata fin da bambino, ma anche il riconoscimento dei sacrifici affrontati dopo anni di tentativi.

Un nome rimasto a lungo nel dimenticatoio rispetto a quelli dei colleghi occidentali che hanno monopolizzato l’immaginario collettivo, a cominciare da Edmund Hillary, suo compagno di scalata e amico anche negli anni successivi. Il film lo celebra attraverso un biopic parzialmente convenzionale, ma non privo di un solido spettacolo avventuroso, , con gli splendidi paesaggi innevati quale palcoscenico tensivo ed emozionale per nulla scontato.

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Appassionato di cinema fin dalla più tenera età, cresciuto a pane (anzi focaccia, da buon genovese) e classici hollywoodiani e scoperto, con il trascorrere degli anni, il fascino di cinematografie più sconosciute e di nicchia. Amante della Settima arte a 360 gradi, senza restrizioni geografiche o temporali di sorta, scrivo nel settore su svariate testate da quasi quindici anni, dopo una precedente esperienza nell'ambito della critica musicale. Con un debole per il tennis (primo estimatore di Roger Federer), il rock dalle sonorità più estreme a quelle più leggere e cantautoriali, e la birra artigianale, perché una buona pinta, insieme a un film, ci sta sempre bene.