Ha floppato in sala ed è stato accolto tiepidamente da buona parte della critica internazionale, ma le avventure di Supergirl meritano di essere parzialmente rivalutate con l’arrivo nel mercato digitale. Nuova rivisitazione del personaggio, introdotto nell’epilogo del live-action dedicato al cugino Superman nella rinascita DC ad opera di James Gunn, il film vede nel ruolo principale una scatenata Milly Alcock, che dopo il successo nel ruolo di Rhaenyra Targaryen nella serie House of the Dragon è ora pronta a spiccare definitivamente il grande salto a Hollywood.
Non è un caso che sia proprio lei il principale punto di interesse dei cento minuti di visione – una durata assai ridotta se paragonata alla media dei cinecomic contemporanei – capace di dare leggerezza e al contempo intensità alle due anime del racconto, tra momenti ironici e altri più drammatici che accompagnano l’avventura interstellare di una protagonista sui generis.
Supergirl: ritrovare se stessa – recensione
La giovane Kara Zor-El decide di lasciarsi alle spalle la Terra, il suo pianeta adottivo, e l’ombra ingombrante del cugino Superman, intraprendendo un viaggio attraverso la galassia in compagnia del fedele supercane Krypto. Su un mondo lontano Kara si imbatte in Ruthye Marye Knoll, una ragazzina determinata a vendicare la morte della propria famiglia, barbaramente uccisa dal crudele mercenario Krem delle Colline Gialle.
Ruthye intende reclutare Kara per aiutarla nella propria missione, dando inizio a un viaggio che costringerà la stessa Supergirl a confrontarsi con le proprie ferite irrisolte e con un passato che continua a perseguitarla. Il percorso attraverso la galassia le porterà a incrociare la propria strada con quella di Lobo, un grottesco cacciatore di taglie sopra le righe che finirà per aiutarle, suo malgrado, in quella pericolosa impresa.
Un film che convince, pur tra alti e bassi
La sceneggiatura è al contempo ricca di spunti interessanti e di passaggi più deboli. La narrazione alterna momenti di autentica space opera avventurosa a sequenze più intime e sofferte, dedicate al rapporto complicato tra Kara e i propri ricordi di Krypton, raccontati in diversi flashback che ci dicono di più sul suo background e anche su quello di cotanto cugino. Il rapporto tra le due figure femminili principali funziona, così come il Lobo di uno scatenato Jason Momoa – scelta perfetta per il personaggio – e il sadico villain tatuato di Matthias Schoenaerts.
Il difetto principale risiede nel fatto che gli eventi sono alquanto ripetitivi, con inseguimenti continui e ribaltamenti di situazione che a lungo andare rischiano di stancare il pubblico più esigente. Era lecito attendersi qualcosina di più da un’origin story che caratterizza al meglio la sua protagonista ma non altrettanto il contorno nel quale si muove, riciclante un immaginario extraterrestre parzialmente prevedibile.
Anche dal punto degli effetti speciali la situazione è altalenante, con alcuni momenti sinceramente coinvolgenti – rimarcati da una colonna sonora ad hoc e volutamente straniante – e altri più gratuiti, con tanto di slow motion a caratterizzare le fasi clou. Lo spettacolo è garantito ma l’impressione che le chiacchierate divergenze creative tra il regista Craig Gillespie e James Gunn, qui per l’appunto come produttore e supervisore, abbiano influito e non poco sul risultato finale. Risultato finale che ribadiamo, ci è comunque piaciuto, anche al netto di suddette problematiche.
Conclusioni finali
Adattamento della pluripremiata miniserie a fumetti Supergirl: Woman of Tomorrow, il film sceglie una strada parzialmente rischiosa, costruendo attorno a Kara Zor-El un racconto più cupo, più fisico, più intimamente segnato dal trauma. Il risultato non è completamente riuscito ma, al contempo, non manca di spunti accattivanti e di passaggi emotivamente coinvolgenti, salvo poi mostrare qua e là qualche lacuna a livello stilistico e narrativo.
Supergirl è altalenante nella gestione degli effetti speciali e delle scene d’azione, ma può contare su un solido cast capitanato da Milly Alcock e su una costruzione melodrammatica degna di nota, aprendo inoltre nuovi spunti per il futuro dell’universo DC a firma Gunn / Safran. Con Krypto, il miglior amico a quattro zampe, relegato al prologo e all’epilogo e il cugino Superman confinato a camei d’ordinanza, i cento minuti di visione trovano il proprio punto di forza nelle figure femminili principali e nello scatenato Lobo di Jason Momoa.