Stranger Things 5: recensione della quinta e ultima stagione della serie Netflix

Stranger Things 5

La fine di un viaggio è spesso dolorosa, colma tanto di aspettative quanto di nostalgie. E nel caso di Stranger Things, non potevamo di certo trovarci davanti a una conclusione qualsiasi: stiamo infatti parlando della serie che ha cambiato per sempre il mondo dello streaming, capace di replicare un successo globale che forse prima di allora era riuscito soltanto a Il trono di spade.

E così l’ultima avventura di Undici / Eleven e dei suoi inseparabili amici, coetanei o adulti che siano, diventa anche un modo per riflettere sul tempo che cambia: gli spettatori sono infatti cresciuti insieme ai protagonisti, da quel lontano 2016 nel quale tutto ebbe inizio in quella cittadina di Hawkins che ha fatto da sfondo all’intera serie. Scopriamo perciò come è andata in questa quinta stagione che chiude (definitivamente?) il cerchio, con un focus sull’attesissima ultima puntata della durata di oltre due ore.

La trama di Stranger Things – Stagione 5

Nel 1987, a diciannove mesi di distanza dall’incidente dei portali, la cittadina di Hawkins è in quarantena militare, con l’esercito che ha costruito un campo base per comunicare direttamente con il Sottosopra. Mentre Max è ancora in coma dopo lo scontro con Vecna, gli inseparabili Will, Mike e Lucas continuano le loro vite, mentre Dustin è ancora alla prese con il ricordo di Eddie, precedentemente sacrificatosi. Nel frattempo Steve, Robin, Jonathan e Nancy gestiscono la stazione radio locale, con Eleven che continua l’addestramento sotto la guida di Hopper. Ma quando un demogorgone attacca la famiglia di Mike e Nancy, rapendo la sorellina minore Holly e altri bambini dalla comunità, i protagonisti comprendono come Vecna sia tornato più minaccioso che mai e dovranno affrontarlo una volta per tutte.

Perché guardare Stranger Things – Stagione 5

Chi è arrivato fino a questo punto non può che cimentarsi nella visione, anche conscio della stanchezza che pur cominciava a insinuarsi già nella precedente stagione. Ma ormai Stranger Things è diventato un evento di tale portata da superare anche le più ardue resistenze e pur allungando eccessivamente il brodo questo rush finale in otto puntate ci riconsegna per l’ultima volta quei personaggi che abbiamo imparato ad apprezzare e idealizzare nel corso dell’ultimo decennio. Sottotrame varie e assortite, alcune più pesanti di altre, che si intersecano in questa narrazione dalla durata non canonica, assai più corposa di una classica serie a episodi.

Si ride, si piange, ci si emoziona per colpi di scena imprevisti, anche laddove la sceneggiatura rischia di farsi spesso ridondante, con quel vai e torna continuo dalla nostra realtà a quel Sottosopra che assume il ruolo di lugubre palcoscenico degli eventi chiave, a cominciare proprio da quelle fasi clou che sparano sentenze salvo poi ritrattare parzialmente.

Uno spettacolo potenziato da effetti speciali di prima qualità, che non hanno nulla da invidiare alle produzioni per il grande schermo, e dalle interpretazioni di un cast ormai un tutt’uno coi relativi personaggi: storie d’amore, amicizie indissolubili, affetto materno, sofferti coming-out e così via in una narrazione roboante, che a tratti sacrifica la coerenza per innescare la miccia emozionale, con le efficaci scelte in colonna sonora (Iron Maiden inclusi) ad aumentare ulteriormente l’impatto sulle speranze degli spettatori.

Perché non guardare Stranger Things – Stagione 5

Come detto lo script usa e abusa dell’affetto che il pubblico è mai portato ad avere nei confronti di Mike, Will e tutti gli altri, e si dimentica di sovente della logica. Le forzature si sprecano in una narrazione destinata unicamente a quella strabordante resa dei conti e i cambi di toni e umori rischiano di farsi fin troppo marcati. Alcune soluzioni sul destino di alcuni dei protagonisti possono inoltre far storcere il naso, così come il continuo tira e molla tra le dimensioni, che vede estenuanti ritorni e situazioni che si ripetono, con il babau di Vecna – seppur reso affascinante dalla mefistofelica interpretazione di Jamie Campbell Bower – sfruttato in maniera non sempre convincente.

Bonus: il finale di stagione (attenzione SPOILER)

Concludiamo quest’articolo con un approfondimento sulla chiusura, sull’addio a queste figure che per così tanto tempo ci hanno entusiasmato e portato a soffrire e gioire insieme a loro. Due ore e otto minuti, titoli di coda inclusi, per una puntata divisa nettamente in due: la prima parte è dove l’anima puramente ludica ha il sopravvento, con la resa dei conti e lo scontro tra Eleven e la mostruosa nemesi che diventa una battaglia corale, dove ognuno dei personaggi, da Jonathan a Nancy, da Steve a Robin, fino ad arrivare ovviamente ai quattro bambini ormai cresciuti che hanno dato il via a tutto, avrà modo di rivelarsi fondamentale in un combattimento ad alto tasso di emozioni e pallottole, visivamente sbalorditivo.

La seconda metà è invece quella dal taglio più melanconico, propedeutica a quell’epilogo velato di una profonda nostalgia, con la partita a Dungeons & Dragons ricollegantesi direttamente all’apertura della prima stagione: una sorta di ponte, guardante al futuro, che offre interessanti riflessioni sul mestiere del narratore e suggestioni inedite su quel sacrificio che diventa ora carico di nuove attese su un domani poco prima impensabile.

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