Agnes, la protagonista di Sorry, Baby, non riesce a trovare le parole per dirlo. Professoressa di letteratura in un piccolo college del Maine, vive in una casa isolata nelle campagne vicino alla città e ha trascorso anni a scavare nel linguaggio altrui. Conosce quindi assai bene il peso dei termini e come questi abbiano importanza e profondità nel gergo comune.
Eppure, nonostante tutto, non riesce ad esprimere a voce ciò che le è capitato. Quell’evento traumatico che rimane semplicemente la cosa brutta, quella The Bad Thing alla quale tutto ruota attorno, in cinque capitoli che si spostano nel tempo per metabolizzare, comprendere e forse finalmente rinascere, per non restare bloccati in quella giornata da incubo che l’ha condizionata forse per sempre.
Sorry, Baby: tempo al tempo – recensione
La scelta di rifiutarsi di nominare ciò che è indicibile non avviene per un tentativo di impossibile rimozione ma come una sorta di consapevole autodifesa agli occhi di un mondo sempre pronto a giudicare. Eva Victor, alla sua prima prova nel lungometraggio, ha scritto, diretto e interpretato questo film che al Sundance Film Festival 2025 ha vinto il premio per la migliore sceneggiatura, scatenando una guerra economica tra le case di produzione che ha portato A24 ad aggiudicarselo per otto milioni di dollari, cifra record per il festival di quell’edizione. Un entusiasmo che, a visione conclusa, risulta una volta tanto giustificato.
Disponibile nel canale IWONDERFULL di Amazon Prime Video, Sorry, Baby si struttura come accennato in cinque sezioni cronologicamente non ordinate, ciascuna con il proprio titolo, che coprono un arco di circa cinque anni nella vita Agnes. Un modo per analizzare la natura ambigua dello shock, che si cristallizza in certi momenti ed esplode in altri – come nell’ansiogena sequenza dell’attacco di panico al volante, che spingerà chi ne ha sofferto nella vita a soffrire insieme a lei.
La banalità del male
Ci troviamo davanti ad un mosaico emotivo che lo spettatore è chiamato ad assemblare pazientemente, come Agnes stessa ha dovuto fare. La cosa brutta è accaduta per mano del professor Decker, il suo supervisore, ma la messa in scena evita saggiamente qualsiasi esplicitazione gratuita, che potrebbe trasformare la violenza in spettacolo emotivo. Il non visto, il fuori campo, è una delle scelte più coraggiose e incisive del cinema indipendente americano degli ultimi anni che ha trattato il tema, soprattutto nell’epoca post #MeToo dove si è spesso preferito, a torto o a ragione non sta a noi dirlo, mostrare tutto senza filtri.
La visita dal medico che le pone domande scomode ma necessaria, la comparsa in tribunale dove è potenzialmente chiamata a fare da giurata, il nascente legame con il giovane vicino e quell’amicizia sincera con la best-friend di sempre: Sorry, Baby profuma di realtà e verosimiglianza, permettendo al pubblico di sentirsi direttamente coinvolto, quasi fosse “uno di casa”.
Se in fase di regia e scrittura Eva Victor si dimostra precisa e tagliente, senza cedere a logiche retoriche o pietistiche, si rivela altrettanto efficace anche davanti alla macchina da preso, riuscendo a dar vita a un personaggio complesso, tra fragilità e nevrosi, in cerca di quel domani che cancelli per sempre l’ombra dello sconvolgente passato.
Conclusioni finali
Ciò che rimane di Sorry, Baby a fine visione non è tanto una scena madre e nemmeno un sentimento di indignazione – che sarebbe pur comprensibile – bensì una sensazione quasi fisica dopo aver assistito alle conseguenze emotive e psicologiche dell’evento traumatico, lasciato fuori campo, subito dalla protagonista.
Non lo pronuncia lei in tutto il film e non l’abbiamo pronunciato noi in questo articolo, sebbene sia ampiamente prevedibile da quanto scritto. L’esordio di Eva Victor – che dirige, scrive e interpreta – è un cinema prezioso, amabilmente imperfetto ma sincero, in grado di aprire spunti di riflessione senza cedere a retoriche melodrammatiche e cogliendo con la giusta delicatezza la complessità e le asperità di un tema così sensibile.