New York, 31 marzo 1943. Al St. James Theatre sta andando in scena la prima di Oklahoma!, il musical con cui Richard Rodgers e il suo nuovo collaboratore Oscar Hammerstein stanno per rivoluzionare il teatro americano. Qualcuno ha però deciso di lasciare la platea prima della fine e di percorrere pochi isolati a piedi, per fare la sua entrata per nulla trionfale al ristorante Sardi’s.
Il protagonista di Blue Moon si siede al bancone e ordina da bere, sfruttando la sua confidenza col barista. Si chiama Lorenz Hart, Larry per gli amici e non solo, e per vent’anni è stato il partner creativo di Rodgers, con cui ha firmato alcune delle più grandi canzoni del periodo. Alla soglia della mezz’età, con un fegato consumato dall’alcool che lo sta abbandonando e il futuro che se ne va in scena senza di lui, l’uomo comincia a riflettere su ciò che lo attende, intrattenendo discussioni con i numerosi avventori del locale.
Blue Moon: una luna inquieta – recensione
Tutto in una notte, ma a differenza dell’omonimo cult di John Landis qui l’ambientazione è unica e l’azione ridotta al minimo indispensabile, ai movimenti di quest’uomo “piccolo-piccolo”, le cui dimensioni minute sono volutamente enfatizzate dai giochi di regia e dal make-up, che si trascina stancamente in uno scenario popolato da falsi amici e amanti perdute, in un’ora e quaranta pressoché effettiva – non abbiamo stacchi temporali – dove saprà di più sul domani che lo aspetta.
La sceneggiatura di Robert Kaplow vive e respira attraverso le parole di Hart, traboccante di un humour cinico e autodistruttivo, di sentenze sferzanti sul cinema e sul teatro, dispensate con l’autorevolezza di chi sa come funzionano tali meccanismi e deve fare i conti con la dolorosa amarezza di esserne rimasto ingiustamente escluso.
Un sodalizio proficuo
Va detto che il principale motivo di interesse di Blue Moon rimane, senza se e senza ma, l’interpretazione di Ethan Hawke, candidato senza successo a un Oscar poi assegnato, più o meno meritatamente, a Michael B. Jordan per Sinners (2025). Hawke e il regista Richard Linklater condividono una storia lunga e felice, una collaborazione che ci ha regalato opere magistrali come la trilogia romantica inaugurata da Prima dell’alba e Boyhood (2014). Un legame talmente profondo il loro che ha permesso all’attore di dare il massimo, in un ruolo dove parla quasi ininterrottamente dall’inizio alla fine e a facile rischio overacting, miracolosamente scampato.
Linklater lavora con precisione chirurgica, anche se in questo caso finisce per eccedere a tratti in una verbosità che lascia poco spazio alle emozioni, vivendo più di sussulti che di una costruzione drammatica e introspettiva tali da rendere il protagonista meritevole di trasporto empatico. Ha fatto meglio con un titolo girato negli stessi mesi, ovvero il bellissimo Nouvelle Vague (2025) incentrato sulla realizzazione di un capolavoro del cinema quale Fino all’ultimo respiro (1960) di Jean-Luc Godard.
Ecco allora che il film cerca di farsi forza proprio in quegli aspetti che, in altre mani, avrebbero potuto essere invece limitanti. La restrizione dello spazio, invece di soffocare il racconto paradossalmente lo intensifica, riducendo tutto all’essenziale di un dramma umano che non ha bisogno di altro contorno se non quel sordido, anche respingente, cinismo che puzza di alcool e fumo.
Conclusioni finali
Un dramma da camera, isolato in un’unica ambientazione nella quale il protagonista si muove come un fantasma in cerca di pace, un morto che cammina intento a reclamare la gloria smarrita mentre intorno a lui il mondo festeggia. Blue Moon è il film più teatrale di Richard Linklater, sorretto dalle spalle – minute per esigenze narrative ma gigantesche sul piano interpretativo – di uno straordinario e irriconoscibile Ethan Hawke.
Il racconto accusa qualche cedimento sul piano del ritmo per via di una sceneggiatura non sempre all’altezza del proprio soggetto, che moltiplica parole su parole in una notte impossibile da dimenticare, amaro palcoscenico temporale per riflettere sul peso specifico del talento sprecato, annegato in un bicchiere di whiskey al bancone del bar.