Non senza speranza, una drammatica storia (vera) di sopravvivenza – Recensione

Non senza speranza

Prendi una storia realmente accaduta e trasportala su grande schermo con un mix più o meno omogeneo di tensione, retorica e spirito fortemente americano: questo è stato fatto con Non senza speranza, un film che racconta una tragedia drammatica in una confezione di routine.

Alla base della sceneggiatura vi è l’omonimo libro autobiografico scritto da Nick Schuyler, uno dei reali protagonisti della vicenda, in collaborazione col giornalista sportivo Jeré Longman. Tutto ha inizio quando quattro amici, due di loro famosi giocatori di football, decidono di trascorrere una giornata a pescare in mare aperto al largo delle coste del Messico, pur sapendo che una tempesta colpirà a breve la zona. Quando il cielo si oscura improvvisamente e la loro barca si ribalta, ha inizio una disperata lotta per la sopravvivenza in attesa dei soccorsi, fortemente ostacolati dal crescente maltempo.

Non senza speranza: a corto di emozioni – recensione

Senza nulla togliere a chi ha effettivamente vissuto sulla propria pelle, pagando anche con la propria vita, quest’esperienza a dir poco traumatica, il modo in cui Non senza speranza introduce i personaggi e la relativa scelta di ignorare gli avvisi meteo dà in qualche modo da pensare. Ingenuità e stupidità sono infatti le cause scatenanti, con l’essere umano che incurante delle conseguenze ha deciso di sfidare la Natura stessa, salvo poi pagarne amaramente il conto, mettendo in pericolo anche i soccorritori incaricati delle ricerche.

Le due ore di visione, forse anche per una sorta di comprensibile rispetto, scelgono di non mettere mai in discussione quella decisione sbagliata ed egoistica, concentrandosi invece sullo spirito di fratellanza a stelle e strisce – quanto mai fuori tempo massimo date le contemporanee scintille di un Paese oggi estremamente diviso – e su quella fede cristiana che non abbandona mai i personaggi anche nei momenti di maggior scoramento.

Fino all’ultima speranza

Il dramma di sopravvivenza vive così su situazioni telefonate e su una generale monotonia d’insieme, data questa gioco-forza dalla premessa che non garantiva effettive sorprese. Non senza speranza si muove così su tre distinte ambientazioni: il largo delle coste messicane dove i quattro lottano contro quel clima avverso, le case delle famiglie disperate per la sorte dei loro cari e il centro di controllo della guardia costiera statunitense, dove vengono coordinate le ostiche operazioni di salvataggio.

Fa una certa impressione che dietro un prodotto così inaspettatamente statico vi sia Joe Carnahan, regista conosciuto per produzioni ben più adrenaliniche come Smokin’ Aces (2007) e la versione per il grande schermo di A-Team (2010). Qui del suo cinema fisico e muscolare vi è ben poco, con le atmosfere potenzialmente claustrofobiche date da quel muro d’acqua che è minaccia costante per i natanti che si risolvono in un mare di noia.

Anche il cast ci mette del suo, con Zachary Levy che per l’ennesima volta si conferma non adatto a ruoli impegnati, e il solo a salvarsi è un Josh Duhamel più in forma rispetto ad altri titoli recenti, qui nel ruolo del determinato capitano della guardia costiera.

Conclusioni finali

Per quanto ispirato a una drammatica storia vera, ripercorsa nel memoir scritto da uno dei diretti protagonisti, Non senza speranza vive, almeno in questa sua versione cinematografica, di molteplici incongruenze e forzature nella fase iniziale, che conducono poi alla disperata e quasi impossibile lotta per la sopravvivenza destinata a caratterizzare la maggior parte del minutaggio.

Retorica a palate, la religione quale appiglio di salvezza – almeno spirituale – e una fratellanza maschile da bignami sono al centro di un film che annega nei propri limiti. Tensione ridotta a soluzioni convenzionali, tra muri d’acqua e squali minacciosi, in attesa di quei soccorsi che sembrano non arrivare mai, lasciando amari rimpianti in quelle ore percepite come infinite, non soltanto dai personaggi ma anche dallo spettatore stesso.

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Appassionato di cinema fin dalla più tenera età, cresciuto a pane (anzi focaccia, da buon genovese) e classici hollywoodiani e scoperto, con il trascorrere degli anni, il fascino di cinematografie più sconosciute e di nicchia. Amante della Settima arte a 360 gradi, senza restrizioni geografiche o temporali di sorta, scrivo nel settore su svariate testate da quasi quindici anni, dopo una precedente esperienza nell'ambito della critica musicale. Con un debole per il tennis (primo estimatore di Roger Federer), il rock dalle sonorità più estreme a quelle più leggere e cantautoriali, e la birra artigianale, perché una buona pinta, insieme a un film, ci sta sempre bene.