I Creepers sono un gruppo di “esploratori del mistero” che pubblicano i loro video su internet. Quando le loro missioni cominciano a perdere visualizzazioni, decidono di alzare ulteriormente l’asticella del pericolo, scegliendo come loro prossima meta il famigerato Paragon Hotel, una gigantesca struttura abbandonata sulla costa del New Jersey.
I protagonisti di Non entrare sanno che sul luogo aleggiano torbide storie di gangster, apparizioni di presunti fantasmi e la leggenda riguardo a un ricchissimo tesoro di circa 300 milioni di dollari che si troverebbe nascosto tra quelle ormai decrepite mura. L’obiettivo è semplice, ovvero entrare, documentare tutto in diretta e trasformare l’impresa nello show capace di rilanciare definitivamente il loro share in crisi. Ma molto presto scopriranno che in quel luogo presumibilmente disabitato dimorano presenze assai spaventose…
Non entrare: dentro o fuori – recensione
Il titolo Non entrare, adattamento lineare dell’originale Do not enter, è un avvertimento in piena regola, quanto per il pubblico che per i personaggi. Personaggi che ovviamente non seguiranno tale invito, destinati come in ogni horror che si rispetti a subire le conseguenze della loro stupidità , se in maniera irrimediabilmente fatale o meno sta a chi guarda scoprirlo.
Il mondo del web, ma non soltanto come dimostrano le numerose trasmissioni televisive a tema trasmesse spesso su emittenti minori, è pieno di videoblog o canali dove appassionati del mistero si danno battaglia a suon di presunti scoop, con indagini su luoghi teatro del paranormale più o meno contraddittorie. E proprio tramite tale premessa il regista Marc Klasfeld, famoso soprattutto per aver diretto innumerevoli videoclip musicali, innesca le coordinate stilistiche di un film che, gioco-forza, finisce per diventare ripetitivo, involontaria parodia di quell’orrore che voleva sulla carta rappresentare.
Dalla carta allo schermo
Alla base vi è il romanzo Creepers di David Morrell, trasformato per l’occasione in un prodotto rivolto principalmente alla generazione dei social network, della fruizione rapida, aggiungendo passaggi in livestream a supporto della ricerca ossessiva della notorietà ; quella notorietà che è linfa vitale per i protagonisti, ovviamente destinati a pagare dazio per la loro imprudenza. Qui oltre alla minaccia sovrannaturale se ne aggiunge una più prettamente umana, tra bande rivali e psicopatici ad aggiungere ulteriore carne al fuoco.
Ma l’insieme di Non entrare si sfalda ben presto sotto il peso di evidenti limiti concettuali, con una gestione della paura che si affida di sovente a riprese delle telecamere di sorveglianza o allo sguardo degli smartphone, che filtrato quel Male incarnato di derivazione satanica. Il design di queste creature mutanti che a un certo punto metteranno a repentaglio l’incolumità dei Nostri è quanto mai derivativo e le sequenze tensive si limitano a una manciata di inseguimenti tra le sale e i corridoi della pur ampia ambientazione che caratterizza la maggior parte del racconto.
Peccato che il palcoscenico, pur affascinante e carico di potenzialità , non venga mai sfruttato a dovere nelle sue timide contaminazioni found-footage, con una sceneggiatura che inoltre risolve fin troppo favorevolmente la situazione a favor di un epilogo assai meno amaro del solito, quasi a voler lasciare aperte le porte a un ipotetico sequel che probabilmente non vedrà mai la luce.
Conclusioni finali
Con un titolo che è già un programma, Non entrare genera aspettative purtroppo non mantenute. I novanta minuti vedono protagonisti un gruppo di videoblogger in calo di visualizzazioni che cerca il grande exploit in un hotel abbandonato, teatro di tetre leggende.
Vuoi per una serie di evidenti forzature nella componente soprannaturale, tra riti satanici e amenità varie, vuoi per inverosimiglianze ancora più marcate nella manichea caratterizzazione degli antagonisti umani, il film perde progressivamente credibilità e del destino dei malaccorti protagonisti finisce per importare ben presto assai poco.









