Si chiude oggi a Taormina l’edizione 2026 del Taormina Film Festival, una settimana intensa di cinema, incontri e grandi protagonisti del panorama nazionale e internazionale. L’ultima giornata propone appuntamenti molto attesi dal pubblico e dagli addetti ai lavori, tra proiezioni, masterclass e momenti celebrativi. Tra gli ospiti di maggiore richiamo spicca Michele Placido, attore e regista tra i più apprezzati del cinema italiano, accolto con entusiasmo nella perla dello Ionio. La sua presenza rappresenta uno dei momenti più significativi della manifestazione, che conferma il proprio ruolo di vetrina culturale e artistica nel Mediterraneo.
Noi di SuperGuida TV abbiamo video intervistato Michele Placido. L’attore ha parlato del nuovo progetto Rai su Rosario Livatino, magistrato siciliano ucciso dalla mafia e dichiarato beato come martire della giustizia e della fede: “Non volevo limitarmi a raccontare la storia di un santo, o di un futuro santo, considerando che è stato beatificato. Il mio obiettivo era andare più a fondo e approfondire aspetti meno conosciuti della sua vicenda. Durante il lavoro di ricerca sono entrato in possesso di atti giudiziari che non erano presenti nella prima stesura della sceneggiatura. Da quei documenti emerge con chiarezza come Rosario Livatino avesse sviluppato una metodologia di contrasto alla mafia che, di fatto, anticipava quella che sarebbe poi diventata la linea investigativa di Falcone e Borsellino”. Placido ha poi spiegato di essere preoccupato per le nuove generazioni: “Credo che oggi molti giovani vivano una condizione di grande incertezza e smarrimento. Guardano il mondo che li circonda e faticano a trovare punti di riferimento credibili. Viviamo un’epoca segnata da conflitti, tensioni internazionali e leadership che spesso non riescono a trasmettere fiducia o una reale prospettiva di pace. Più che assistere a tentativi concreti di mediazione, sentiamo frequentemente dichiarazioni dure e contrapposizioni che alimentano la preoccupazione. Tutto questo contribuisce a generare confusione e inquietudine, soprattutto nelle nuove generazioni, che si trovano a costruire il proprio futuro in un contesto estremamente complesso”.
Placido ha poi anticipato qualcosa sul tv movie Rai dedicato alla figura di Celestino V: “Quello è un progetto completamente diverso, un film in cui partecipo come attore. Interpreto Celestino V, il Papa del “gran rifiuto” citato da Dante. Si tratta di una figura affascinante e complessa, che mi ha posto davanti a una sfida importante anche sul piano personale. Celestino V aveva circa 87 anni e io, che ne ho 80, ho voluto mettermi alla prova. Abbiamo girato in Abruzzo, in condizioni ambientali e climatiche non sempre semplici, ma sono molto soddisfatto del risultato. Devo ammettere che, all’inizio, temevo di non riuscire a sostenere un ruolo così impegnativo, sia fisicamente sia emotivamente. La vicenda di quest’uomo è al tempo stesso bellissima e tragica. Celestino comprese molto presto di essere stato scelto anche per ragioni di opportunità politica. Dopo quasi un anno di scontri e trattative, le grandi famiglie cardinalizie romane, tra cui i Caetani, non riuscivano a trovare un accordo su un candidato condiviso al soglio pontificio. La soluzione fu quella di eleggere questo anziano eremita, ritenuto una figura di passaggio. L’idea era semplice: affidargli temporaneamente il papato, nella convinzione che, data l’età avanzata, il suo pontificato sarebbe durato poco tempo, consentendo nel frattempo alle diverse fazioni di trovare un’intesa. Ma Celestino V comprese il gioco politico che si stava consumando attorno a lui e la sua scelta avrebbe segnato per sempre la storia della Chiesa”.
Taormina Film Festival 2026, intervista a Michele Placido
Michele, ci parla del suo nuovo progetto su Rosario Livatino? Sappiamo che per lei, come regista, si tratta della prima volta alle prese con una serie televisiva.
Sì, per me è la prima volta con una serie. Si intitolerà Livatino, il giudice e i suoi assassini. Non volevo limitarmi a raccontare la storia di un santo, o di un futuro santo, considerando che è stato beatificato. Il mio obiettivo era andare più a fondo e approfondire aspetti meno conosciuti della sua vicenda. Durante il lavoro di ricerca sono entrato in possesso di atti giudiziari che non erano presenti nella prima stesura della sceneggiatura. Da quei documenti emerge con chiarezza come Rosario Livatino avesse sviluppato una metodologia di contrasto alla mafia che, di fatto, anticipava quella che sarebbe poi diventata la linea investigativa di Falcone e Borsellino.
Nella serie si evidenzia infatti come Giovanni Falcone seguisse con attenzione il lavoro di questo giovane magistrato. Livatino stava già applicando strumenti investigativi innovativi per l’epoca, come il sequestro dei patrimoni e il controllo dei conti bancari. Quando si colpiscono gli interessi economici delle organizzazioni mafiose, si diventa inevitabilmente un bersaglio. C’erano quindi importanti novità investigative e significativi aspetti criminali che meritavano di essere raccontati. Parliamo di un magistrato che è diventato un simbolo e un punto di riferimento per tutta la magistratura italiana e che, ancora oggi, ci offre una riflessione profonda sul ruolo della giustizia in un momento storico particolarmente delicato per il Paese.
Come si mosse Livatino in quel contesto e quale fu il suo principale punto di riferimento?
Livatino era un magistrato di straordinaria intelligenza, sotto ogni punto di vista. Ma ciò che lo rendeva davvero unico era il fatto di avere il Vangelo come riferimento costante della propria vita. Era un uomo di profonda fede e questo aspetto emerge con grande forza nella serie. Ciò che colpisce maggiormente è il suo modo di rapportarsi anche agli assassini più spietati. Li interrogava e dialogava con loro senza mai rinunciare a una dimensione umana, quasi cercando una possibilità di conversione. In questo senso, la sua testimonianza anticipa idealmente quel celebre appello lanciato da Papa Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi: “Convertitevi! Un giorno verrà il giudizio di Dio”. È un elemento che conferisce alla storia una forte carica emotiva.
Per realizzare questa serie siamo tornati in Sicilia, una scelta di cui sono particolarmente orgoglioso. Abbiamo voluto un cast composto interamente da attori siciliani, senza affidarci a grandi nomi del cinema o della televisione. Ci sarà soltanto una partecipazione straordinaria che il pubblico scoprirà nel corso della narrazione, all’interno del Palazzo di Giustizia. Insieme agli sceneggiatori Pasquini e Fidel abbiamo svolto un intenso lavoro di ricerca, approfondendo documenti e testimonianze per offrire uno sguardo nuovo su una vicenda molto conosciuta. Anche il titolo, Livatino, il giudice e i suoi assassini, riflette questa scelta narrativa: accosta la figura del magistrato a quella dei suoi carnefici, creando un binomio insolito e potente, soprattutto quando si racconta la vita di un uomo di fede.
Sappiamo che anche Papa Giovanni Paolo II era molto legato a questa figura. C’è un aneddoto a riguardo?
Sì, è stata una sorpresa anche per me. Il Papa desiderava incontrarmi e ricordo perfettamente quel colloquio. L’appuntamento avrebbe dovuto durare circa mezz’ora, ma fin dai primi minuti mi disse: “Michele, Michele, so che sarai tu il regista”. Era molto interessato al progetto e teneva particolarmente a comprenderne l’impostazione e l’approccio narrativo. Il cinema ha da sempre la capacità di incidere nella coscienza collettiva e di stimolare riflessioni profonde. In Italia vantiamo una straordinaria tradizione di cinema civile, che affonda le sue radici nel lavoro di grandi maestri come Francesco Rosi, Elio Petri e Damiano Damiani. È una lezione che considero ancora oggi fondamentale.
Il Papa auspicava che quest’opera riuscisse a entrare nell’intimità delle persone, a parlare non soltanto alla ragione ma anche alla coscienza e alla sensibilità del pubblico. Del resto, attorno alla figura di Livatino era già in corso un importante percorso di beatificazione, e c’era il desiderio che la sua testimonianza potesse raggiungere il maggior numero possibile di persone. Mi auguro che la serie riesca a trasmettere questo messaggio e a restituire tutta la forza umana, civile e spirituale di una figura che continua a rappresentare un esempio di straordinaria attualità.
Oltre alla serie su Livatino, sappiamo che ha lavorato anche a un progetto sul “Papa del Gran Rifiuto”, Celestino V. Come è andata quell’esperienza?
Quello è un progetto completamente diverso, un film in cui partecipo come attore. Interpreto Celestino V, il Papa del “gran rifiuto” citato da Dante. Si tratta di una figura affascinante e complessa, che mi ha posto davanti a una sfida importante anche sul piano personale. Celestino V aveva circa 87 anni e io, che ne ho 80, ho voluto mettermi alla prova. Abbiamo girato in Abruzzo, in condizioni ambientali e climatiche non sempre semplici, ma sono molto soddisfatto del risultato. Devo ammettere che, all’inizio, temevo di non riuscire a sostenere un ruolo così impegnativo, sia fisicamente sia emotivamente.
La vicenda di quest’uomo è al tempo stesso bellissima e tragica. Celestino comprese molto presto di essere stato scelto anche per ragioni di opportunità politica. Dopo quasi un anno di scontri e trattative, le grandi famiglie cardinalizie romane, tra cui i Caetani, non riuscivano a trovare un accordo su un candidato condiviso al soglio pontificio. La soluzione fu quella di eleggere questo anziano eremita, ritenuto una figura di passaggio. L’idea era semplice: affidargli temporaneamente il papato, nella convinzione che, data l’età avanzata, il suo pontificato sarebbe durato poco tempo, consentendo nel frattempo alle diverse fazioni di trovare un’intesa. Ma Celestino V comprese il gioco politico che si stava consumando attorno a lui e la sua scelta avrebbe segnato per sempre la storia della Chiesa.
Guardando i grandi film civili che ha diretto o interpretato — come *La Piovra* — e confrontandoli con il panorama politico e culturale odierno, cosa pensa della situazione attuale?
Se osserviamo la cronaca politica di questi giorni, ci accorgiamo che certe dinamiche non sono affatto nuove. Continuano a emergere profonde divisioni e tensioni che attraversano la società. Personalmente, manifestazioni dell’estrema destra o figure come Vannacci non suscitano in me alcuna simpatia. La mia formazione culturale e politica si è costruita accanto a maestri come Francesco Rosi ed Elio Petri. Sono convinto che, se fossero qui oggi, guarderebbero con grande preoccupazione e indignazione a molte delle dinamiche che caratterizzano il nostro tempo. Credo che in Italia si avverta la mancanza di un autentico cinema civile, capace di interrogare la realtà e di affrontare temi scomodi con coraggio e profondità. Penso a opere come Le mani sulla città, film che non avevano paura di denunciare e di prendere posizione.
Oggi manca una generazione di registi disposta a raccogliere quella stessa eredità. Purtroppo uno dei problemi del nostro Paese è una forma di autocensura sempre più diffusa. Non mi riferisco a me, che ho alle spalle un percorso consolidato, ma ai giovani autori, che spesso si trovano a lavorare in un contesto che li spinge verso storie più rassicuranti e meno conflittuali. C’è una certa riluttanza ad affrontare argomenti che possano dividere o creare dibattito. Avremmo bisogno di recuperare il coraggio di autori come Oliver Stone, che non ha mai rinunciato a confrontarsi con i nodi più controversi della storia e della politica. Non a caso lo stesso Stone ha più volte riconosciuto in Francesco Rosi uno dei suoi principali punti di riferimento. Oggi, più che mai, sentiamo la mancanza di figure come Rosi, Petri e Damiano Damiani, registi che hanno saputo trasformare il cinema in uno strumento di riflessione critica e di coscienza civile.
Qual è invece il suo sguardo sulle nuove generazioni e sulle loro preoccupazioni, in particolare riguardo ai venti di guerra nel mondo?
Credo che oggi molti giovani vivano una condizione di grande incertezza e smarrimento. Guardano il mondo che li circonda e faticano a trovare punti di riferimento credibili. Viviamo un’epoca segnata da conflitti, tensioni internazionali e leadership che spesso non riescono a trasmettere fiducia o una reale prospettiva di pace. Più che assistere a tentativi concreti di mediazione, sentiamo frequentemente dichiarazioni dure e contrapposizioni che alimentano la preoccupazione. Tutto questo contribuisce a generare confusione e inquietudine, soprattutto nelle nuove generazioni, che si trovano a costruire il proprio futuro in un contesto estremamente complesso.
In momenti come questi mi torna spesso in mente una frase attribuita ad Albert Einstein: “Non so con quali armi si combatterà la Terza Guerra Mondiale, ma la Quarta si combatterà con i bastoni e con le pietre”. Un’immagine potente che richiama il rischio di una distruzione capace di cancellare ciò che l’umanità ha costruito nel corso dei secoli. Sul piano personale, però, continuo a guardare la vita con gratitudine e stupore. A volte mi domando persino come sia arrivato fin qui, a ottant’anni, seduto a parlare con voi e a rispondere a domande così profonde e stimolanti. Quando ripercorro il mio cammino umano e professionale, ho la sensazione di aver vissuto un vero romanzo: una storia fatta di incontri, sfide, successi, errori e passioni che ancora oggi continuano a sorprendermi.
Per concludere, qual è l’insegnamento più grande che cinema e realtà dovrebbero raccogliere oggi da figure come Livatino?
Il cinema italiano possiede una tradizione straordinaria, costruita sul Neorealismo e sull’impegno civile. È una scuola che ha dato prestigio internazionale al nostro Paese, conquistando premi Oscar e, soprattutto, raccontando con autenticità le storie della nostra terra e della nostra gente. Quella rimane una lezione preziosa, che non dovremmo mai dimenticare. Anche nella serie dedicata a Livatino abbiamo cercato di seguire quello spirito. Nel cast ci sono tanti giovani interpreti di grande talento, tutti attori siciliani emergenti. Puntare su di loro è stata una scelta artistica precisa, ma anche un modo per valorizzare energie nuove e radicate nel territorio che la storia racconta.
Quando parliamo di mafia, spesso pensiamo soltanto a un’organizzazione criminale. Ma se allarghiamo lo sguardo e consideriamo la mafia come una mentalità, un modo di esercitare il potere e di concepire i rapporti umani, allora comprendiamo quanto il tema sia ancora attuale e quanto continui a riguardare tutti noi. Poco prima di morire, Rosario Livatino pronunciò una frase che considero straordinaria: “Alla fine della vita non ci sarà chiesto se siamo stati credenti, ma se siamo stati credibili”. È una riflessione di enorme forza morale, che va ben oltre la dimensione religiosa e interroga la responsabilità di ciascuno di noi. Quando guardo alla realtà di oggi, mi domando quanti rappresentanti delle istituzioni, nella politica come nello Stato, possano davvero dirsi credibili agli occhi dei cittadini. È una domanda che continuo a pormi e che, lo ammetto, ancora oggi riesce a suscitare in me una profonda indignazione.