Dal successo internazionale di Casino Royale all’impegno per la difesa degli animali, passando per il futuro del cinema italiano e la precarietà del mestiere dell’attore. Ospite del Magna Graecia Film Festival, Caterina Murino, in veste di membro della giuria internazionale, si racconta ai microfoni di SuperGuidaTV, ripercorrendo le tappe più importanti della sua carriera e lanciando un appello alle istituzioni per sostenere il settore audiovisivo e contrastare il fenomeno del randagismo.
Intervista a Caterina Murino al Magna Graecia Film Festival
Bentornata al Magna Graecia Film Festival e a SuperGuida TV. Come stai vivendo questa edizione del festival?
«È un festival meraviglioso. Certo, siamo in un posto bellissimo e sembra quasi di essere in vacanza, ma allo stesso tempo è una manifestazione organizzata in maniera impeccabile. Il pubblico ha la possibilità di assistere a incontri dedicati al cinema, alla letteratura e alla cultura, confrontandosi con artisti e personalità molto diverse tra loro. È un festival che consiglio davvero di vivere, non soltanto come ospiti ma soprattutto come spettatori. E poi c’è una Calabria splendida, con un’accoglienza davvero speciale.»
Negli ultimi anni si parla spesso del ritorno delle serie televisive che hanno segnato un’epoca. Tu sei stata tra i protagonisti di Orgoglio: ti piacerebbe rivedere quella serie?
«In realtà non ero nemmeno a conoscenza di questa possibilità. Orgoglio è stato un progetto importantissimo, che porto nel cuore. All’epoca raggiungeva ascolti straordinari, dieci o undici milioni di telespettatori, numeri che oggi sono praticamente irraggiungibili. Conservo un ricordo bellissimo del personaggio di Franca Baldini e di tutta quell’esperienza.
Detto questo, personalmente preferisco guardare avanti. Credo che esistano ancora tantissime storie nuove da raccontare e tantissimi copioni che meritano di essere scoperti. Non amo l’idea di continuare a recuperare il passato solo per nostalgia. Il cinema e la televisione devono anche avere il coraggio di creare qualcosa di nuovo.»
Il mondo dello spettacolo è caratterizzato da una forte precarietà. Tu come hai imparato a conviverci e cosa diresti ai giovani che vogliono intraprendere questa professione?
«In Francia noi attori veniamo chiamati les intermittents du spectacle, cioè gli “intermittenti dello spettacolo”. È una definizione che descrive perfettamente il nostro lavoro: ci sono periodi in cui la luce è accesa e lavori senza sosta, e altri in cui tutto sembra spegnersi.
Anch’io ho vissuto entrambe le situazioni. Per questo il consiglio che do ai giovani è di imparare soprattutto la pazienza e l’equilibrio. Quando arrivano tanti film e tanti progetti si rischia di pensare di essere diventati indispensabili, ma può bastare un anno, o anche tre, senza ricevere una telefonata per sentirsi improvvisamente dimenticati.
Mio padre mi ha sempre insegnato a rimanere con i piedi per terra. Se voli troppo in alto, quando cadi il colpo è molto più duro. C’è anche un’immagine che descrive bene questo mestiere: è come stare in un ascensore. A volte ti chiamano al quinto piano, altre al piano meno due. L’importante, però, è continuare a restare nell’ascensore.»
Hai fatto parte della storia del cinema interpretando Solange in Casino Royale. Che ricordo hai del momento in cui hai saputo di essere stata scelta come Bond Girl?
«Stavo girando un film dedicato a Eleonora d’Arborea, in Sardegna. Un collega mi disse che la mia agente mi stava cercando con urgenza. Quando presi finalmente il telefono trovai qualcosa come ottantacinque chiamate perse. Era lei che voleva comunicarmi che ero stata scelta per Casino Royale.
In quel momento non riesci davvero a renderti conto di quello che sta succedendo. Solo con il passare degli anni ho compreso fino in fondo la fortuna che ho avuto. Non si trattava soltanto di interpretare una Bond Girl, ma di entrare a far parte di una delle saghe più importanti della storia del cinema e di un film che ha rappresentato una svolta fondamentale per l’universo di James Bond. È un regalo immenso che la carriera, qualche volta, decide di farti.»
Tu lavori molto anche in Francia. Come giudichi lo stato di salute del cinema italiano?
«Vivendo all’estero seguo meno da vicino le dinamiche del settore italiano, ma quello che mi preoccupa sono le notizie sui numerosi progetti cancellati. Al di là della qualità dei singoli film, ogni produzione coinvolge un’enorme filiera fatta di tecnici, scenografi, costumisti, truccatori, alberghi, ristoranti e tantissime altre professionalità.
Quando si tagliano decine o centinaia di produzioni, non si colpiscono soltanto gli attori o i registi, ma migliaia di lavoratori e di famiglie. Mi auguro che il settore possa ritrovare una vera solidità industriale. Anche le piattaforme di streaming, spesso criticate, hanno avuto il merito di creare occupazione e offrire nuove opportunità a tanti professionisti.»
Da tempo sei impegnata anche nella tutela degli animali. Da dove nasce questo tuo coinvolgimento?
«Tutto è nato in occasione della tragica uccisione dell’orsa Amarena. Quel giorno ero profondamente scossa e non riuscivo a smettere di piangere. Nella mia stanza entrò Sole, il cane di uno dei miei agenti. Non mi conosceva, ma si avvicinò e si sdraiò ai miei piedi. Da quel momento nacque l’idea di portarla sul red carpet come simbolo di tutti gli animali vittime della violenza dell’uomo.
Approfitto di essere in Calabria per lanciare un appello ai sindaci e alle amministrazioni comunali. La tutela degli animali randagi è anche una responsabilità delle istituzioni. Servono programmi seri di sterilizzazione e investimenti costanti per ridurre il fenomeno del randagismo.
Parliamo spesso del Sud e delle isole, compresa la mia Sardegna, dove il problema è ancora molto sentito. Se ogni Comune destinasse risorse continuative a questo obiettivo, nel giro di alcuni anni potremmo ridurre drasticamente il fenomeno. Oggi, invece, gran parte del lavoro ricade sui volontari, che spesso vengono lasciati soli.
Dobbiamo anche ricordarci che facciamo parte di un ecosistema. Pensare che l’essere umano possa distruggere ciò che lo circonda senza subirne le conseguenze è un errore gravissimo. Proteggere gli animali significa, in fondo, proteggere anche noi stessi.»