Michele Bravi a Sanremo 2026 con “Prima o Poi”: “È un brano nato per il palco, non per la classifica. Il festival è un gratta e vinci, ma io sono sereno”

michele bravi

Michele Bravi sarà tra gli artisti in gara al Festival di Sanremo 2026. Il cantautore porterà sul palco dell’Ariston il brano “Prima o Poi”. “È il brano che darà vita a un nuovo progetto che arriva subito dopo Sanremo. Non ci sono ancora date perché è colpa mia: devo consegnare i master e capire i tempi di stampa. Mi auguro però che esca prima dell’estate, altrimenti la mia discografica mi licenzia”. – Dichiara con il sorriso sulle labbra l’artista.

Sanremo 2026: Michele Bravi in gara con “Prima o Poi”

Sul progetto discografico Michele Bravi racconta che si tratta di “un progetto con un taglio molto teatrale. Quando ho iniziato a scrivere il disco, Sanremo non era nei piani: è arrivato dopo. Io parto da un amore enorme per il teatro musicale, il teatro-canzone, la tradizione italiana, il musical. L’idea è quella di una vita che a un certo punto si interrompe e parte una colonna sonora, che nella realtà non esiste. Il disco è pensato proprio come una trasposizione dal vivo: è più teatrale, più cinematografico, quasi melodrammatico. Primo o Poi è diventato la testa del progetto solo dopo”.

Quello di Sanremo è un brano nato da uno scarto: “Io inizio sempre scrivendo cose che non sono canzoni: frammenti di testo, idee, melodie. Rimangono lì. Quando capisco cosa sto raccontando, prendo quei pezzi e decido cosa resta e cosa no. Il brano di Sanremo nasce da uno scarto. Ho iniziato a collaborare con un giovane autore, Rondine — che è del Duemila, quindi già questo crea una distanza secolare, io sono del Novecento. Di solito faccio fatica a scrivere con altri, perché sono molto soffocante quando scrivo per me. Con lui invece c’è stata subito una connessione fortissima”.

“Un giorno gli ho aperto una cartella con tipo 40.000 idee orribili e gli ho detto: ‘Ascolta, se qualcosa ti accende, partiamo da lì’. Lui ha scelto una strofa che avevo scritto tre anni prima, non ricordavo nemmeno in che periodo fosse. Era rimasta lì perché non c’entrava con il disco che stavo facendo. Da lì è diventata una canzone, ma all’inizio non pensavo minimamente a Sanremo. Poi a settembre iniziano le domande, “vai o non vai?”, ma io finché non ho un’idea chiara non mando niente”.

Dichiarazioni di Michele Bravi

Cosa ti ha fatto capire che Primo o Poi poteva essere il brano giusto?

“L’ho mandata nel gruppo di famiglia e mia madre ha risposto: “Finalmente una bella canzone”. E lì ho detto: ah. Ok. L’ho mandata anche alla discografica senza particolare entusiasmo, quasi per caso. Piano piano mi sono convinto: ‘mandiamola, vediamo che succede’. Ma l’intenzione era chiara: raccontare questo progetto dal vivo, con l’orchestra. Sanremo ti dà la possibilità di arrivare a una platea enorme, che per la musica pop altrimenti è irraggiungibile”.

L’orchestra è centrale nel tuo progetto?

“Assolutamente. Ho lavorato con Alterisio Paoletti, uno dei più grandi arrangiatori che abbiamo in Italia. È uno di quei talenti di cui non ci rendiamo conto. Ha lavorato con Céline Dion, viene dalla scuola di Pippo Caruso, sa cosa vuol dire scrivere davvero per orchestra. Io ho consegnato tutto il disco piano e voce, senza arrangiamenti. L’orchestra rischia quanto me: suona tantissimo, con una partitura difficilissima. Anche tecnicamente il brano è costruito per disorientare l’ascoltatore, con cambi armonici, dissonanze, aperture che non arrivano dove te le aspetti. È tutto voluto, perché racconta la goffaggine della vita: ci immaginiamo le emozioni in modo cinematografico, poi nella realtà sono tutte storte, grottesche, imperfette”.

Il dolore raccontato nel brano è autobiografico?

“È autobiografico nell’idea che abbiamo del dolore. Se dici ‘sono stato lasciato’, tutti si immaginano una scena: pioggia, divano, cartoni della pizza. Io racconto quella didascalia lì. La verità è che io sono sagittario: soffro cinque minuti e poi mi rompo il cazzo. E, soprattutto, a me è sempre successo di essere lasciato con il sole che spaccava le pietre, cosa che mi dava un fastidio enorme perché il film non veniva bene”. Nei film piangono come Julia Roberts. Nella vita vera sembri un buco nero che implode. Quella goffaggine è il cuore della canzone”.

Hai parlato spesso di “conduzione familiare”. Cosa intendi?

“Intendo circondarmi di persone con cui c’è fiducia, umanità, non solo professionalità. A Sanremo porto questa idea anche nella serata delle cover: sarò con Fiorella Mannoia. La mia passione per la musica è anche colpa sua. Da ragazzino l’ho vista dal vivo e ho capito cosa vuol dire raccontare una storia cantando. Oggi la conosco anche come persona e siamo dannatamente simili. Insieme omaggeremo Ornella Vanoni con ‘Un altro giorno’. Io la racconto con la stima di chi dice: ‘prima di me l’ha cantata un gigante’. Fiorella la racconta con lo sguardo di un’amica. Sarà uno sguardo umano, non celebrativo”.

Questo disco nasce già pensando allo spettacolo?

“Sì. È pensato per il palco. Le canzoni sono nate in funzione di un momento dello spettacolo. Anche vocalmente ho lasciato tutto imperfetto: fuori tempo, fuori nota, perché sono funzionali alla narrazione. Il disco è quasi la colonna sonora di uno spettacolo teatrale. Poi ovviamente dal vivo ci saranno anche i brani del repertorio, ma verranno trasportati in un mondo diverso”.

Quanto conta oggi il tuo team, la tua “famiglia”, nel tuo lavoro?

“Negli ultimi anni tantissimo. Da ragazzino pensi di fare tutto da solo, poi cresci e capisci l’importanza delle radici. Ho rimesso in ordine le priorità: il lavoro è importante, ma non è tutto. Io voglio tornare a casa sereno. Non farei mai cambio con chi ha un successo enorme ma vive male. Sanremo è un’occasione professionale, enorme, ma va ridimensionata. È un gratta e vinci: gratti, magari vinci, magari no. La vita va avanti lo stesso”.

Rispetto al passato, vivi Sanremo con più distacco?

“Sì, ed è un distacco sano. Il mio Sanremo più fortunato, quello de Il diario degli errori, l’ho vissuto malissimo. Ero paralizzato dall’ansia, dalla sindrome dell’impostore. Piangevo come un disperato. Oggi so che vado lì a fare una cosa che so fare: cantare. Porto un progetto di cui sono orgoglioso. Poi può piacere o no, ma io sono sereno. E questo fa tutta la differenza. C’è una frase del brano che colpisce molto: ‘Dovresti vergognarti che dopo anni non la smetti di mancarmi’. Quella frase racconta una contraddizione: vuoi dire una cosa tenera e ti esce una cosa scomoda. È la nostra goffaggine emotiva. Se mi chiedi se oggi mi manca qualcosa o qualcuno, ti dico che per ora no. Ho tutto quello che mi serve per stare sereno. Poi magari domani cambia tutto, ma per ora va bene così”.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here