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Messico 1986: satira, calcio e politica in un film tratto dalla storia vera – Recensione

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Messico, metà anni Ottanta. Martín de la Torre è un impiegato della FEMEXFUT che si “autopromuove” sul palcoscenico nazionale con una dichiarazione televisiva temeraria e finisce per ritrovarsi, grazie all’appoggio di Azcárraga e della rete Televisa, a cercare di guadagnare l’assegnazione dei Mondiali del 1986 al proprio Paese. Originariamente doveva essere la Colombia ad ospitarli, ma il suo rinuncio quattro anni prima dell’evento aveva riaperto i giochi.

Il protagonista di Messico 86 si getta così a capofitto nella sua missione, armato di poco o nulla – nessun budget, nessun potere formale – ma dotato di una proverbiale sfacciataggine, che risulterà fondamentale nelle fasi chiave della contrattazione. Nel frattempo Martín deve anche fare i conti con una convulsa situazione sentimentale, nella quale tradisce la moglie – con cui il rapporto è ormai agli sgoccioli – con la vicina del piano di sopra. Un uomo per cui l’inganno è la parola d’ordine e pronto a tutto per ottenere ciò che desidera.

Messico 86: come prima, più di prima – recensione

C’è una scena nei primissimi minuti di Messico 86 che stabilisce con insolente chiarezza le coordinate dell’intero progetto, sospeso tra intenti documentaristici e una finzione che si mescola alla realtà. Un film che riflette sulle logiche televisive e sportive, su quelle stanze del potere dove anche il calcio stesso diventa non più gioco ma business, quanto mai tempista dato che i prossimi mondiali vedranno proprio la co-gestione tra USA e Messico.

Gabriel Ripstein non è soltanto il regista ma anche il nipote del produttore Alfredo e soprattutto il figlio di Arturo Ripstein, uno dei massimi autori del cinema latinoamericano del Novecento, tra i punti di riferimento di una generazione cinefila. Natali importanti, che vedono il Nostro alle prese con uno dei casi più emblematici che hanno segnato la storia, agonistica e non, del proprio Paese.

Guarda che Luna

Diego Luna – produttore esecutivo oltre che protagonista assoluto – concede a Martín quel fascino guascone e nevrotico, schivante la caricatura eroica senza cadere nel moralismo, con tanto di sussulti nei quali rompe la quarta parete. Un arrivista con un sogno da portare a termine, che mente e corrompe tutti, sia nell’ambiente domestico che in quello professionale, per un idealismo spiccio legato all’universalità del calcio.

Certo a tratti la satira prende il sopravvento, nel tentativo di rendere a tutti i costi simpatici dei personaggi che pur non sono propriamente dei modelli da prendere ad esempio. Una scelta calcolata, nel tentativo di intercettare un pubblico il più eterogeneo possibile, senza spingere necessariamente a farsi domande ma con lo scopo di offrire in forma di intrattenimento uno sguardo su quanto avvenuto realmente, un evento poco conosciuto dai tifosi internazionali.

Tifosi che non potranno godere di scene sul campo da gioco effettivamente degne di tal nome, ma qui per l’appunto la componente agonistica è un pur fondamentale sottofondo a una storia di rivalse e conquiste, tra improvvisi drammi collettivi – il devastante terremoto che colpì il Messico nel 1985 rischiò di mischiare nuovamente le carte – e questioni private che si intersecano alla storia di un’intera nazione.

Conclusioni finali

Una satira politica ben costruita e ritmata, che paga qua e là una parziale monotonia nell’affrontare, tra istinti documentaristici e altri più cinicamente leggeri, l’assegnazione dei mondiali del 1986 al Messico, come già d’altronde esplicava letteralmente il titolo Messico 1986. Un film che (soprav)vive sull’interpretazione di Diego Luna, personaggio scomodo al quale tutto ruota attorno.

Il calcio diventa business, la politica si fa partita a scacchi, tra inganni, bugie e interessi che affrontano un periodo temporale già carico di situazioni più o meno traumatiche. Ne esce una visione sporca e veloce nella sua ora e mezzo, quanto mai tempista data l’imminenza dei prossimi campionati in suddetti lidi.

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