In Virginia, mentre il mondo sembra sull’orlo di un nuovo conflitto globale, Daniel Kellner è uno specialista di sicurezza informatica che ha appena sottratto alla Wardex Corporation – un’agenzia governativa segreta – un dispositivo tecnologico di origine extraterrestre. Inoltre è entrato in possesso di una serie di file video che documentano inequivocabilmente nel dettaglio decenni di avvistamenti e contatti con la civiltà aliena.
Convinto che tale verità appartenga all’umanità intera, inizia una disperata fuga con la fidanzata Jane per diffondere suddetto materiale all’opinione pubblica mondiale.
Nel frattempo, a Kansas City, la meteorologa televisiva Margaret Fairchild vive in diretta un episodio spaventoso, nel quale comunica in una sorta di lingua sconosciuta. Solo il più eclatante di una serie di eventi sempre più misteriosi, che legherà i protagonisti di Disclosure Day in una girandola di situazioni rocambolesche, nelle quali saranno braccati dagli uomini della Wardex, facenti capo all’integerrimo CEO Noah Scanlon.
Disclosure Day: la verità è là fuori – recensione
Steven Spielberg torna a parlarci di alieni con un film affascinante nelle sue pur non celate imperfezioni, il cui senso più profondo si rivela in quell’epilogo che lascia col fiato sospeso, tra questioni irrisolte e suggestioni esistenzialiste, ideale chiusura di un racconto che non vuole offrire certezze ma spingere con intelligenza a nuove domande.
Un’opera sulla verità e la sua relativa distorsione, su come il mondo dei media sia grado di influenzare il giudizio della gente e sul pericolo dell’intelligenza artificiale che crea nuove, fittizie, realtà, sempre più difficilmente distinguibili dall’effettivo mondo che ci circonda.
Disclosure Day sceglie la strada della connessione empatica più che lo scontro, suggerendo che la vera minaccia non risieda tanto in una potenziale minaccia extraterrestre, ma bensì nella capacità umana di accogliere una verità scomoda senza cedere alla paura reciproca.
A che ora è la fine del mondo
In un pianeta influenzato dalle religioni, la scoperta di non essere soli nell’universo potrebbe d’altronde diametralmente cambiare il modo in cui il credente si approccia a un qualsiasi dio, e il regista affronta quest’approccio tramite le logiche di un thriller cospirazionista, con il senso di paranoia quanto mai dovuto per l’interventismo di un governo determinato a nascondere a ogni costo la verità. I fan di X-Files potranno riconoscervi atmosfere familiari, anche se qui l’atmosfera da blockbuster per il grande pubblico rischia di penalizzare l’atmosfera, soprattutto nella parte centrale.
Quando è l’azione a prendere il sopravvento sono infatti le forzature ad aumentare, con alcune illogicità nella fuga da parte di Daniel e Nora nonché nella gestione degli incredibili poteri di Margaret; allo stesso modo i repentini cambi di idea del presunto villain sembrano più figli di logiche obbligate che di una credibile verosimiglianza.
Va dato atto al cast principale di essersi calato nei rispettivi ruoli con ammirevole convenzione: il giovane Josh O’Connor è ormai lanciatissimo e Colin Firth è sempre una garanzia, questa volta in un ruolo scomodo, ma è Emily Blunt a vibrare di intensa energia nel corso delle due ore e venti di visione, fino a quell’epilogo che si chiude, saggiamente, proprio sul più bello.
Conclusioni finali
Steven Spielberg torna agli alieni con un film imperfetto, non avaro di forzature e di momenti di stanca ma, al contempo, carico di un fascino per nulla banale sul potere dell’immagine e sull’importanza dei media, divenuti determinanti in questo potenziale “primo contatto” su scala globale. Se le scene d’azione, per quanto ben realizzate, risultano più gratuite che effettivamente credibili, è nella riflessione sul cinema stesso che Disclosure Day trova la sua più esaustiva chiave di lettura.
Due ore e venti di visione che sfruttano l’anima ludica di un moderno blockbuster, a tratti memore del cinema degli anni Ottanta e Novanta ma calato nelle paranoie contemporanee, per raccontare qualcosa non tanto sull’Altro ma su noi stessi, rapiti dallo schermo di un telefono o di una televisione, ormai mezzo di distrazione di massa per carpire nuove verità, non importa se reali o fasulle.