Masters of the Universe, un giocattolone divertente e divisivo – Recensione

Masters of the Universe

Chi è cresciuto negli anni Ottanta ricorderà con piacere le avventure di He-Man, nato come personaggio di una serie di giocattoli per poi diventare il popolare protagonista di serie animate che hanno cresciuto generazioni, con interazioni che continuano anche ai giorni nostri. E molti dei fan storici avranno sicuramente visto l’improbabile live-action I dominatori dell’universo (1987), primo adattamento per il grande schermo che vedeva nel ruolo principale il monolitico Dolph Lundgren.

Lundgren che torna per un brevissimo cameo in questa nuova trasposizione di Masters of the Universe, pensata per il grande pubblico e con un budget assai consistente a supporto. Un film che diciamolo subito dividerà nettamente il pubblico, tra chi apprezzerà l’approccio camp alla Flash Gordon (1980) e chi invece potrebbe storcere il naso alla deriva comica e leggera scelta a monte. Ma andiamo con ordine…

Masters of the Universe: leggende e risate – Recensione

La trama ha inizio con un breve prologo ambientato nel passato, dove Adam – figlio del re di Eternia, un regno magico sconosciuto agli umani – è costretto alla fuga dopo l’attacco da parte di Skeletor e del suo mostruoso esercito. Mandato sulla Terra dalla Maga di corte, lo ritroviamo a quindici anni di distanza profondamente ossessionato dalla ricerca di quella spada che gli garantirebbe immensi poteri e la possibilità di salvare il proprio popolo dal giogo della tirannia.

Dopo aver ritrovato infine l’ambito cimelio, si imbatte nell’amica di infanzia Teela che lo riporta nella sua terra natale, nella speranza che possa finalmente assumere il ruolo di eroe che gli spetta. Accolto con scetticismo dagli abitanti di Eternia, finirà per rivelarsi determinante nell’imminente battaglia contro Skeletor e i suoi scagnozzi, uno scontro dal quale dipenderanno le sorti del regno e delle persone che più ama.

Questione di scelte

A prendere le redini del progetto è stato chiamato Travis Knight, che con questo film torna al mondo dei franchise dopo l’esperienza con Bumblebee (2018), spin-off dei Transformers che univa nostalgia e spettacolo con una certa efficacia. Già autore dell’interessante fantasy animato Kubo e la spada magica (2016), il regista americano ha optato in quest’occasione per una verve all’insegna del kitsch, giocando anche su spunti metanarrativi che potrebbero spiazzare i puristi del franchise.

Masters of the Universe procede su un divertente accumulo di personaggi e situazioni, trascinandoci dal pianeta Terra a quell’Eternia che rivive tramite il digitale, colorata e lussureggiante e perfetto palcoscenico della disfida tra il Nostro – interpretato da un Nicholas Galitzine che ha l’accortezza di non prendersi mai sul serio – e lo scheletrico villain sotto la cui maschera si nasconde Jared Leto.

Ci si diverte nel corso delle due ore e venti di visione, a patto di accettare l’impronta scelta in fase di produzione. Molte figure iconiche del mondo di He-Man fanno la loro comparsa e lo spettacolo è garantito da sequenze d’azioni tonitruanti e piacevolmente esagerate, con tanto di slow motion a caratterizzare le fasi salienti dei numerosi scontri all’arma bianca.

Un paio di brevi sequenze sui titoli di coda preparano il campo a nuove (dis)avventure, anche se lo scarso riscontro al botteghino non assicura al momento la realizzazione di un sequel, con Amazon MGM Studios che sta pensando come garantire un potenziale futuro al franchise.

Conclusioni finali

Svuotare l’epica di trionfalismo e retorica per dar vita a un giocattolone divertente e kitsch, con tutti i rischi che questo comporta. Travis Knight ha preso il franchise di Masters of the Universe e lo ha declinato nel solo modo probabilmente possibile, in un film che non si prende sul serio per trovare il proprio asse e dare vita a un colorato caos che guarda all’estetica, ma non solo, del Flash Gordon (1980) cinematografico.

Ne esce un film ovviamente divisivo, a tratti metanarrativo nella fusione di mondi e suggestioni, dove He-Man stesso, con o senza Spada del Potere in mano, è un’autoironica macchietta, accompagnato da alleati e villain dal taglio caricaturale – lo Skeletor di Jared Leto in primis – in un’avventura rocambolesca tutta azione e spettacolo. Una scelta di campo ben precisa, con tutti i pro e i contro del caso.

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Appassionato di cinema fin dalla più tenera età, cresciuto a pane (anzi focaccia, da buon genovese) e classici hollywoodiani e scoperto, con il trascorrere degli anni, il fascino di cinematografie più sconosciute e di nicchia. Amante della Settima arte a 360 gradi, senza restrizioni geografiche o temporali di sorta, scrivo nel settore su svariate testate da quasi quindici anni, dopo una precedente esperienza nell'ambito della critica musicale. Con un debole per il tennis (primo estimatore di Roger Federer), il rock dalle sonorità più estreme a quelle più leggere e cantautoriali, e la birra artigianale, perché una buona pinta, insieme a un film, ci sta sempre bene.