Al Giffoni Film Festival, Massimiliano Gallo racconta la nuova serie Minerva, ambientata in una scuola militare e incentrata sul percorso di crescita di un gruppo di adolescenti alle prese con sogni, paure e scelte morali. L’attore parla del suo personaggio, il comandante Achille Giordano, anticipa le novità della terza stagione di Vincenzo Malinconico e affronta temi di stretta attualità, dalla collocazione delle fiction in prima serata alla precarietà che ancora caratterizza il mondo dello spettacolo.
Massimiliano Gallo, bentornato su SuperGuidaTV. Siamo al Giffoni Film Festival per parlare di “Minerva”. Che progetto è e come si è approcciato al suo personaggio?
«Innanzitutto credo che sia un progetto nuovo nel panorama della televisione italiana, perché racconta una scuola militare ma, allo stesso tempo, racconta i sogni dei ragazzi, il loro desiderio di realizzarsi e di crescere. È una storia che parla del delicato passaggio dall’adolescenza all’età adulta e affronta temi importanti come il rapporto tra disciplina e coscienza morale, tra ciò che si deve fare perché rappresenta un ordine e ciò che invece si ritiene giusto o sbagliato. Insomma, è un’esplorazione dell’animo umano che trovo molto interessante. Credo sia una serie capace di parlare ai giovani perché mette a nudo le loro paure, i loro sogni e le difficoltà che incontrano sia nei rapporti con i coetanei sia nel confronto con gli adulti. Io interpreto il comandante della scuola, Achille Giordano. A prima vista può sembrare il classico uomo tutto disciplina e tradizione, ma è un personaggio scritto molto bene, con tante sfumature. Come tutti i protagonisti della serie, porta con sé fragilità e contraddizioni che lo rendono autentico.»
Ha voluto portare qualcosa di Massimiliano Gallo dentro Achille Giordano?
«Sì, è quello che cerco di fare sempre con ogni personaggio. La prima domanda che mi pongo è: “Che tipo di Achille Giordano sarebbe stato Massimiliano Gallo nei suoi panni?”. Quello che mi interessa raccontare sono soprattutto le fragilità dei personaggi, perché sono quelle che li rendono tridimensionali e impediscono che diventino dei semplici cliché. Un uomo tutto disciplina e forza rischia di essere prevedibile. Invece, raccontarne le crepe, le fragilità e le contraddizioni è la parte più interessante del lavoro. Cerco sempre di mettere questo aspetto nei personaggi che interpreto.»
Parlando di serie TV, non possiamo non citare “Imma Tataranni”, di cui il pubblico chiede il ritorno, e “Vincenzo Malinconico”, che tornerà con una nuova stagione. A che punto siete?
«Per quanto riguarda Vincenzo Malinconico, siamo arrivati alla terza stagione. Stiamo girando in questo periodo e termineremo le riprese ai primi di ottobre. Siamo molto contenti perché la scrittura è davvero molto bella. Vedremo un Malinconico più corale, immerso in una famiglia allargata ancora più numerosa, che credo farà divertire molto il pubblico. Per Imma Tataranni c’è stato invece un piccolo intoppo legato agli impegni di Vanessa Scalera. Stiamo cercando di capire insieme alla produzione come procedere e se ci saranno le condizioni per andare avanti.»
Negli ultimi mesi molti attori hanno chiesto di anticipare l’orario di inizio delle fiction in prima serata. Qual è la sua posizione?
«La mia posizione è molto semplice, forse anche scontata: la prima serata dovrebbe essere davvero la prima serata. Oggi, invece, è diventata quasi una quarta serata. Capisco la necessità dell’intrattenimento tra il telegiornale e la fiction, ma trovo assurdo pensare che una serie possa iniziare alle dieci di sera. C’è tanta gente che lavora e che a quell’ora magari è già andata a dormire. È una situazione che trovo davvero incomprensibile. Mi auguro che si faccia qualcosa per riportare la grande fiction nella sua collocazione naturale: telegiornale, un breve spazio di intrattenimento e poi la partenza della serie.»
In questi giorni a Giffoni molti suoi colleghi hanno parlato della precarietà nel mondo dello spettacolo. Lei l’ha vissuta in prima persona: come l’ha affrontata e qual è il suo pensiero su questo tema?
«È un tema molto delicato. Personalmente ho cercato di impegnarmi in prima persona: all’epoca ho contribuito a fondare Unita, un’associazione nata proprio per dare voce agli attori e difendere i diritti di chi aveva meno forza. Successivamente ho deciso di allontanarmi perché ritenevo che alcune cose non stessero andando nella direzione giusta. Detto questo, il problema della precarietà nel nostro mestiere è antico quanto il mondo.
Probabilmente c’è bisogno di un’organizzazione diversa e di maggiori tutele per gli attori e, più in generale, per tutti i professionisti dello spettacolo. Lo spettacolo è un’industria a tutti gli effetti e, come tale, dovrebbe garantire ai suoi lavoratori le stesse tutele che esistono in altri settori produttivi. Se si riuscisse a fare questo passo, molte cose diventerebbero più semplici.»









