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Maccio Capatonda ospite all’Inclusion Day di Sky: “Ho paura di non arrivare a fine mese, sono un freelance, l’insicurezza resta sempre. Ecco il mio piano B” – Intervista

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Ironico, surreale e sempre imprevedibile: Maccio Capatonda torna a raccontarsi a SuperGuidaTV in occasione dell’Inclusion Day di Sky e dell’uscita del film Smart Working, diretto da Svevo Moltrasio. Tra riflessioni sul lavoro da remoto, paura di “finire le idee”, critica alla televisione contemporanea e il desiderio di una vita più autentica, l’attore e comico si mette a nudo senza perdere il suo sguardo dissacrante sulla realtà che ci circonda. E ci rivela anche quale sarebbe il suo improbabile piano B lontano dal mondo dello spettacolo.

Intervista a Maccio Capatonda

Benvenuto su SuperGuidaTV a Maccio Capatonda. Siamo qui all’Inclusion Day di Sky: che giornata è stata?

“Bella, davvero una bellissima giornata. Un po’ calda — fuori ci saranno 46 gradi! — però qui dentro si sta bene. Abbiamo parlato di fiducia, smart working e inclusività”. 

Smart Working è anche il titolo del film in cui interpreti il protagonista. Racconta di un uomo che sembra aver trovato il paradiso lavorando da casa. Secondo te quanto gli italiani amano oggi lo smart working?

“È un film di Svevo Moltrasio, io interpreto il protagonista. Non conosco tutti gli italiani, però penso che, come nel resto del mondo, lo smart working sia molto amato perché concede una certa libertà nella gestione del tempo. Ovviamente dipende da come lo utilizzi. Può essere anche un’arma a doppio taglio: rischia di isolarti troppo e di renderti molto individualista. È importante continuare a lavorare anche dal vivo, insieme agli altri, perché la fisicità dei rapporti non deve andare persa”.

Il film vuole essere anche una critica al mondo del lavoro italiano?

“Questo dovresti chiederlo soprattutto al regista e all’autore del film. Però, da quello che ho percepito, c’è forse una riflessione nostalgica sul valore dei rapporti umani. C’è anche una sottile critica a un certo tipo di borghesia: il mio personaggio è un uomo con tante passioni ma forse poche qualità concrete, che si ritrova improvvisamente la casa invasa dai colleghi. Una critica ci può stare, sì, ma meglio chiedere a Svevo”.

Si è appena conclusa la stagione di GialappaShow, dove hai portato il format ironico e surreale Storie di male. Come è nata questa idea?

“A me è sempre piaciuto il crime. In passato ho fatto tante parodie legate alla cronaca nera e volevo creare qualcosa che partisse da lì ma che andasse anche oltre. Oggi il pubblico vuole tutto insieme: crime, fashion, sport, costume. Così ho pensato a un format che mescolasse tanti linguaggi contemporaneamente. In fondo è anche una sottile critica alla televisione di oggi, dove tutto è vicino a tutto e succede tutto nello stesso momento. E poi è anche un omaggio ai podcast, che amo molto”.

In una recente intervista a Vanity Fair hai dichiarato di avere paura, a volte, di non arrivare a fine mese. Da dove nasce questa insicurezza?

“È una paura atavica. Crescendo in un mondo capitalistico, credo sia una paura condivisa da moltissime persone. Fin da piccoli ci insegnano che bisogna trovare lavoro, guadagnare, arrivare a fine mese. E questa pressione porta spesso anche a una rincorsa compulsiva al denaro. Io sono un freelance, un lavoratore autonomo, quindi ho sempre il timore che possano finirmi le idee. Però è anche una paura positiva, perché mi spinge a non smettere mai di cercarle”.

Quindi Maccio Capatonda ha un piano B?

“Il mio piano B è fare il tassista. L’ho già detto altre volte: sono bravo a orientarmi nelle città, uso pochissimo il navigatore e mi piace guidare. Oppure potrei fare il musicista: da poco ho ripreso a suonare la chitarra elettrica, una passione che avevo da bambino. Però lì dovrei fare ancora molta gavetta. Forse il tassista è più realistico… anche se la licenza costa parecchio!””.

Parlando di città: ti sei trasferito da Milano a Roma. Com’è stato questo cambiamento?

“Molto bello. A Milano avevo esaurito un po’ gli stimoli dopo vent’anni vissuti lì. Roma è una città più complicata dal punto di vista logistico, però ha molta più anima, molta più realtà. Sei anni fa avevo bisogno proprio di questo: di qualcosa di più umano, più realistico, con tutti i suoi problemi”.

Tra i tanti personaggi che hai creato, quale oggi sarebbe un perfetto ministro?

“Nessuno… oppure tutti. I miei personaggi sono tutti profondamente imperfetti e forse proprio per questo potrebbero funzionare. Se guardiamo la politica di oggi, c’è parecchio da discutere. Uno che mi viene in mente è sicuramente Padre Maronno: sarebbe un perfetto politico corrotto”.

C’è un consiglio che hai ricevuto all’inizio della carriera e che ti è rimasto dentro?

“Forse non ho mai avuto un vero e proprio maestro, però agli inizi la Gialappa’s Band mi diede consigli molto utili. Mi ricordo soprattutto una regola sulla comicità: se in un video c’è una battuta che fa ridere tantissimo, probabilmente quello è il punto in cui il video dovrebbe finire. In pratica mi insegnarono la regola del ‘save the best for last’: lasciare il meglio alla fine”.

Ultima domanda: ricordi cosa ti sei regalato con il tuo primo stipendio?

“Probabilmente una Fiat Punto grigia di seconda mano. È stato il mio primo vero sfizio. Con i guadagni successivi, invece, mi sono regalato due chitarre replica di quelle di David Gilmour. Quelle sì che sono state soddisfazioni”.

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