Boris è una guida turistica del Parco Nazionale dell’Iguazú, nella provincia argentina di Misiones. Trentacinque anni, conduce un’esistenza ordinata che si incrina nel momento in cui Julián, il padre che aveva abbandonato lui e sua madre quando era solo un bambino, ricompare all’improvviso. L’uomo è un ex pilota di linea, che si era costruito due famiglie, salvo poi sacrificarne una in favore dell’altra.
I protagonisti de L’ultimo gigante si ritrovano così dopo un lunghissimo periodo di lontananza, con il genitore che è affetto da una diagnosi terminale e cova il desiderio di riconciliarsi col figlio prima che sia troppo tardi. Inoltre Julian ha una richiesta precisa da fare all’erede, un qualcosa che testa i limiti del legame di sangue e che Boris è forse il solo a poter esaudire.
L’ultimo gigante: il tempo del perdono – Recensione
La questione cardine al centro de L’ultimo gigante trascende il film stesso e appartiene a una riflessione universale sulla paternità, ma non solo: è possibile chiedere perdono per qualcosa che non si può più restituire? Per quel tempo perduto, che ora appare come un muro apparentemente invalicabile che separa i due protagonisti.
Non parliamo di perdono simbolico, quello delle grandi scene madri con musica a tutto spiano e abbracci stretti sotto la pioggia, ma un sentimento svuotato di retorica per gran parte, almeno in quella più pienamente gratuita e tendente a cliché hollywoodiani. Si persegue un approccio maggiormente sobrio per almeno due terzi di visione, contaminato perché no anche da certa velata ironia, ponendo poi anche questioni etiche ed esistenziali non da poco in quell’epilogo dolce-amaro.
Luoghi e anime
Va detto che non ci troviamo certamente dinanzi a un film originale, in quanto di legami contrastati tra un padre assente e un figlio adulto che gli rinfaccia comprensibilmente quella dolorosa lontananza il cinema ne è pieno a bizzeffe, con esponenti da ogni latitudine. L’ultimo gigante può però contare su un duo di interpreti formidabili, con la chimica tra Matías Mayer e il veterano Oscar Martínez – premiato qualche anno fa a Venezia con la Coppa Volpi per la straordinaria prova ne Il cittadino illustre (2016) – che tocca livelli di profondità emotiva inaspettata.
Il contesto naturale che fa da sfondo alla vicenda, dando al titolo un metaforico doppio significato, rende la pellicola carica di ulteriori spunti e anche quando il racconto pare adagiarsi su dinamiche più consolidate e risapute, la regia di Marcos Carnevale – pure autore della sceneggiatura – trova quella giusta intensità tale da mantener desto l’interesse di chi guarda.
Conclusioni finali
Marcos Carnevale porta Oscar Martínez e Matías Mayer, e il pubblico con loro, alle suggestive Cascate dell’Iguazú per raccontare una storia di abbandono paterno, di malattia terminale e di possibilità di redenzione prima che sia troppo tardi. L’ultimo gigante ha nei suoi due protagonisti il principale punto di forza, capaci di scaldare una narrazione altrimenti a rischio di già visto.
Se la retorica pura e le scene madri – epilogo escluso – sono evitate per buon parte del minutaggio, è al contempo inevitabile che un racconto facentisi forza sul dramma delle premessa rischi una certa ridondanza emotiva, ma la relativa onestà di intenti e le solide performance del cast, incluso l’eterogeneo parterre di contorno, rendono il film più interessante del suo limitato assunto.









