L’entusiasmo contagioso di sempre, una carriera internazionale costruita tra musica, teatro e televisione e la voglia di mettersi continuamente in gioco. In occasione del BCT Festival di Benevento, Lola Ponce ha raccontato il suo nuovo spettacolo Anni Luce, un viaggio tra le emozioni e le colonne sonore che hanno segnato gli anni ’80 e ’90. Dall’indimenticabile vittoria al Festival di Sanremo al legame con Riccardo Cocciante, passando per la famiglia, le figlie e i progetti futuri, l’artista argentina si è raccontata con sincerità e passione.
Intervista a Lola Ponce
Sei a Benevento con “Anni Luce”, uno spettacolo che sta già conquistando il pubblico. Che progetto è?
«È uno show che mi ha rubato il cuore, l’anima e tutte le emozioni. Anni Luce è stato ideato e scritto dal grandissimo Antonio Frascadore, che ormai considero un amico e che stimo profondamente per il suo modo di lavorare, per la sua sensibilità e per la serenità che trasmette. Sarà un viaggio che porterà tutti noi negli anni magici degli anni ’80 e ’90, attraverso il cinema, la musica e la televisione che hanno segnato un’epoca. Sono davvero felice e onorata di essere stata scelta per questo progetto. In realtà non interpreto un personaggio: sono semplicemente Lola che canta queste canzoni e condivide emozioni con il pubblico.
Accanto a me c’è una meravigliosa orchestra sinfonica di Benevento, che mi ha conquistata fin dal primo momento con il suo sound unico, e poi c’è il maestro Marco Attura, straordinario. Mi ha persino insegnato a dirigere l’orchestra: durante lo spettacolo ci sarà una sorpresa che non posso svelare. Ci sono inoltre ballerini eccezionali e una squadra meravigliosa. Sono rilassata, serena, piena di entusiasmo e felice di poter finalmente presentare qualcosa di nuovo. Amo evolvermi continuamente e credo che la vita serva proprio a questo. Ho aspettato il momento giusto e adesso sono pronta a condividere uno spettacolo davvero speciale.»
Oltre a essere protagonista in scena, hai contribuito anche alla direzione creativa dello spettacolo. Com’è stata questa esperienza?
«È stata una bellissima novità. Per la prima volta mi sono trovata anche nella posizione di spettatrice dello spettacolo. Ho avuto la possibilità di collaborare attivamente alla costruzione del progetto, confrontandomi continuamente con Antonio Frascadore. Mi piaceva osservare lo spettacolo da fuori e proporre idee, suggerire dettagli, aggiungere sfumature. Credo che chi mi segue da quando sono arrivata in Italia ritroverà tanti piccoli elementi che raccontano il mio percorso artistico e personale. Sarà quasi un gioco riconoscere questi dettagli e vedere come si sono trasformati nel tempo.»
Il pubblico italiano ti associa inevitabilmente alla vittoria del Festival di Sanremo del 2008 con “Colpo di fulmine”. Che ricordi conservi di quell’esperienza?
«Sono ricordi meravigliosi. È stato un periodo davvero magico. Avere una canzone scritta da Gianna Nannini era già qualcosa di straordinario. Poi c’era la visione artistica di Davide Marengo, che aveva idee incredibili per la messa in scena. Ricordo che a volte discutevamo anche su alcuni dettagli, ma lui aveva una visione molto chiara e alla fine aveva ragione. Tutto ha funzionato perfettamente. E poi c’era Pippo Baudo. Quell’edizione è stata speciale sotto ogni punto di vista. Sono grata ancora oggi per tutto quello che mi ha regalato.»
Qualche anno fa hai tentato di tornare al Festival con un nuovo brano che però non è stato selezionato. Come hai vissuto quella situazione?
«Con grande serenità. Non l’ho mai considerata una rivincita mancata. Credo che ogni canzone abbia il proprio percorso e il proprio destino. Se una canzone deve arrivare al pubblico, trova comunque il modo di farlo. In quel periodo il brano è entrato a far parte della colonna sonora di un film molto importante, Espina, una bellissima produzione internazionale. Alla fine ha trovato il suo spazio e il suo pubblico. Per questo non vivo mai queste situazioni come sconfitte. La musica ha tempi che spesso sono diversi da quelli che immaginiamo.»
Con Stefano De Martino direttore artistico, Sanremo cambia alcune regole. Che cosa pensi della novità che separa la vittoria del Festival dalla scelta del rappresentante italiano all’Eurovision?
«Io penso che tutte le novità siano interessanti. Tutto ciò che offre più opportunità agli artisti, al talento e alle belle canzoni è qualcosa di positivo. Se questo nuovo sistema può valorizzare ulteriormente la musica e chi lavora con serietà e disciplina, allora ben venga. Sono sempre favorevole alle possibilità che permettono agli artisti di esprimersi e di essere valorizzati.»
Hai lavorato con un gigante della musica come Riccardo Cocciante in “Notre Dame de Paris”. Che ricordo hai di quell’esperienza?
«Un ricordo meraviglioso. Adoro Riccardo Cocciante e porto nel cuore tutta la famiglia artistica di Notre Dame de Paris. Interpretare Esmeralda è stato un privilegio enorme. È un personaggio che resterà per sempre nella mia vita e, credo, anche nel cuore di tante persone. Sono molto felice di aver contribuito alla costruzione di un personaggio così amato dal pubblico italiano. Quel legame non si interromperà mai, ma allo stesso tempo sento il bisogno di guardare avanti, di esplorare nuove strade e nuove sfide artistiche.»
Parliamo di famiglia. Hai due figlie: hanno ereditato la tua passione per la musica?
«È successo in modo completamente naturale. Non ho mai detto alle mie figlie che dovevano cantare, recitare o seguire le mie orme. Credo che i bambini debbano essere liberi di scoprire da soli le proprie passioni. Naturalmente sono cresciute in un ambiente artistico, tra musica, set cinematografici e palcoscenici, ma non ho mai imposto nulla. Ricordo che durante un’edizione di Io Canto una delle mie figlie mi chiese: “Mamma, perché canti con questi bambini e non con noi?”. Le risposi che se avessero voluto avrebbero potuto fare un provino. Lei mi guardò e disse: “Perché dovrei fare un provino? Sono qui adesso!”. Poco tempo dopo, senza che io sapessi nulla, lei e sua sorella mi prepararono una sorpresa insieme ad Aaron. Salirono sul palco e cantarono una canzone di Raffaella Carrà in italiano. Fu un momento emozionante che mi confermò una cosa: quando lasci ai bambini la libertà di scegliere, le passioni emergono spontaneamente.»
Guardandoti indietro, ricordi come hai speso il tuo primo guadagno importante?
«Sì, perfettamente. Comprai un impianto stereo completo, di quelli che allora sembravano il massimo della tecnologia: lettore CD, giradischi, tutto. Ce l’ha ancora mia madre. Con quell’impianto preparai le prime demo e i primi provini che mi avrebbero poi aperto le porte di tanti lavori in Argentina. È un oggetto che custodisce una parte fondamentale della mia storia.»
“Anni Luce” celebra anche le grandi colonne sonore degli anni ’80. C’è un film di quel decennio che senti particolarmente tuo?
«Senza dubbio Flashdance. Ho una sorella più grande di dieci anni e un fratello più grande di nove, quindi sono cresciuta ascoltando la musica che amavano loro. Flashdance è stata una presenza costante nella mia vita. Mi ha trasmesso l’amore per la danza, per il sacrificio e per la determinazione. Mi ha insegnato che bisogna inseguire i propri sogni senza lasciarsi fermare da niente e da nessuno. Se penso alla colonna sonora della mia vita, penso sicuramente a Flashdance.»