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Nek al BCT Festival: “A The Voice Kids mi sono sentito più papà che coach. Sanremo mi ha dato tanto: se avessi la canzone giusta la proporrei subito”

Nek a Sanremo 2019

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Tra musica e televisione, Nek sta vivendo una nuova fase della sua carriera. Dopo il successo come coach di The Voice Kids e The Voice Senior e le recenti esperienze da conduttore, l’artista emiliano continua a mettersi in gioco con entusiasmo e curiosità. In questa intervista a SuperGuidaTV racconta le emozioni vissute accanto ai giovani talenti, il rapporto con la televisione, il legame con il Festival di Sanremo, la celebrazione dei suoi oltre trent’anni di carriera e il desiderio di esplorare nuovi percorsi artistici, dalle colonne sonore alla conduzione.

Intervista Nek al BCT Festival

Hai partecipato come coach a The Voice Kids e The Voice Senior. Che esperienza è stata e che emozione hai provato vedendo vincere la tua squadra?

Vedere vincere la mia squadra è stata una soddisfazione enorme, quasi come se a partecipare fosse stato mio figlio. Con i ragazzi di The Voice Kids mi sono sentito molto più papà che coach. Ho cercato di essere una guida, non solo dal punto di vista musicale ma anche umano. Ricordo ancora una concorrente dolcissima che mi ha colpito particolarmente per sensibilità e spontaneità.

È stata un’esperienza che mi ha insegnato molto: a gestire il tempo, il linguaggio televisivo e, più in generale, un contesto diverso da quello a cui ero abituato. La televisione la sto vivendo con lo spirito dell’apprendista. Anche The Voice Senior mi ha lasciato tanto. In quel caso c’era quasi un rispetto reverenziale nei confronti di persone spesso più grandi di me, che magari nella vita avevano intrapreso strade diverse e non avevano avuto l’opportunità di trasformare la musica nella propria professione.

La cosa più bella è che non c’era la pressione di trovare la “voce del futuro”. Non prevaleva la competizione, né l’antagonismo tra concorrenti. C’era semplicemente il desiderio di condividere l’amore per la musica. Ed è qualcosa che fa bene sia a chi partecipa sia a chi guarda il programma da casa. Questa è probabilmente l’emozione più autentica che porto con me da quell’esperienza.

Che momento stai vivendo nella tua carriera?

È un momento molto felice. Sto avendo l’opportunità di mettermi in gioco attraverso linguaggi diversi rispetto a quello che conosco da sempre, cioè la musica. La televisione ha dinamiche e tempi completamente differenti e, se c’è qualcosa da imparare, voglio essere il primo della fila. Ho sempre avuto uno spirito da esploratore. L’ho avuto nella musica, che mi ha accompagnato per oltre trent’anni di carriera, e oggi lo sto ritrovando anche in televisione. Credo che affrontare questa nuova avventura alla mia età abbia persino dei vantaggi. Ho una consapevolezza diversa rispetto a quella che avevo a vent’anni e questo mi permette di vivere tutto con maggiore serenità. Paradossalmente mi sento più entusiasta oggi di quanto non fossi in passato.

Stefano De Martino, nuovo direttore artistico di Sanremo, ha raccontato di stare ricevendo moltissime canzoni. Tra queste c’è anche una tua proposta?

Al momento no, però non nascondo che se avessi una canzone che ritengo davvero valida gliela proporrei senza esitazioni. Al Festival di Sanremo devo moltissimo. È stato fondamentale per la mia carriera e rappresenta ancora oggi un palcoscenico straordinario.

Cosa pensi della decisione di separare il vincitore del Festival dall’artista che rappresenterà l’Italia all’Eurovision?

È una visione diversa del Festival. Ogni direttore artistico costruisce Sanremo a propria immagine e somiglianza e credo che Stefano De Martino stia cercando anche nuove formule per mantenere viva l’attenzione attorno a un evento che ormai ha una rilevanza internazionale. Sanremo è un modello osservato e imitato in molti Paesi. Basta pensare a manifestazioni come il Festival di Viña del Mar, che si ispira proprio a quel tipo di struttura. Personalmente mi piace l’idea che chi vince il Festival rappresenti poi l’Italia all’Eurovision. Però rispetto la scelta di proporre una formula diversa. Fa parte della visione di chi dirige il Festival e non vedo perché non dovrei accoglierla con apertura.

Hai deciso di celebrare il tuo percorso artistico tornando a rileggere la tua storia musicale. Perché hai sentito questa esigenza proprio adesso?

Non so se fosse il momento giusto in senso assoluto, ma ho sentito il desiderio di celebrare un traguardo importante. L’anno prossimo Laura non c’è compirà trent’anni e quel brano apparteneva a un album decisivo per il mio futuro. Ricordo ancora che all’epoca la casa discografica mi disse chiaramente che da quel disco sarebbe dipesa la prosecuzione della mia carriera. A ventun anni mettersi in gioco in quel modo non è semplice. Per questo oggi credo sia bello guardarsi indietro e celebrare quel percorso.

Farlo sul palco, attraverso un repertorio che riesce ancora a tenere il pubblico coinvolto per due ore, è un privilegio enorme. Magari tra dieci anni festeggerò quarant’anni di carriera e forse qualche anno di televisione con risultati importanti. Chissà. L’importante è avere qualcosa da celebrare: significa che il percorso continua e che tutto sta andando nella direzione giusta.

Quest’anno ti abbiamo visto anche nelle vesti di conduttore. È una strada che vorresti continuare a percorrere?

Assolutamente sì. Come dicevo, mi piace imparare cose nuove e la conduzione rappresenta una sfida molto stimolante. Quando salgo su un palco come cantante devo gestire pochi minuti. In televisione invece bisogna accompagnare una trasmissione, dare spazio agli ospiti, creare un clima accogliente e gestire tempi molto più articolati.

Mi affascina moltissimo stare dall’altra parte rispetto a quella che ho frequentato per tutta la vita. Non avrei mai immaginato di costruire una traiettoria parallela alla musica, non era qualcosa di programmato. Però sono una persona determinata e finché sentirò di avere qualcosa da imparare e da dare continuerò a provarci.

Molti artisti parlano della precarietà del mondo dello spettacolo. Ti è mai capitato di vivere momenti di fermo?

Io sono una persona che cerca sempre di inventarsi qualcosa da fare. Ci sono periodi in cui ci si ferma, ma non necessariamente perché manca il lavoro. A volte succede per scelta o perché il processo creativo richiede tempo. Da autore non posso ordinare a me stesso di scrivere una canzone. Posso creare le condizioni favorevoli, ma la creatività segue logiche proprie. Essere creativi comporta anche molte ansie. Non lo auguro a nessuno, ma allo stesso tempo sono felice di vivere queste emozioni perché alimentano la mia sensibilità e mi mantengono in ascolto. 

Ho visto tanti colleghi reinventarsi. Penso ai tecnici, ai backliner, ai light designer che durante il periodo del Covid hanno dovuto cambiare completamente vita professionale. Io, fortunatamente, non ho vissuto una situazione del genere. Ringrazio la mia famiglia, le persone che mi hanno sostenuto e anche la mia determinazione, che mi ha sempre spinto a non mollare. È un insegnamento che cerco di trasmettere anche a mia figlia. Ha sedici anni e spesso le ripeto che non bisogna arrendersi prima ancora di aver provato. Le difficoltà esistono, ma non devono trasformarsi in una scusa per smettere di credere nei propri obiettivi.

In passato hai raccontato che ti piacerebbe comporre colonne sonore. Che tipo di film ti piacerebbe accompagnare con la tua musica?

Sicuramente un film che abbia a che fare con i sentimenti. Penso ai lavori di Ferzan Özpetek, che riesce a raccontare con grande intensità le emozioni umane. Ma mi affascinerebbe anche il mondo del cinema poliziesco. Amo molto Clint Eastwood e quel tipo di narrazione. In realtà mi incuriosisce anche un altro universo musicale: quello della musica chill out, quella che accompagna i momenti di relax, una conversazione tra amici o un aperitivo in un’atmosfera particolare. È una musica molto istintiva, che sembra nascere e fissarsi nello stesso momento in cui viene creata. Detto questo, il sogno di scrivere una colonna sonora resta vivo. Dare voce alle immagini è qualcosa che trovo estremamente affascinante e non escludo che prima o poi possa accadere.

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