Lo straniero, un convincente adattamento del romanzo – Recensione

Lo straniero

Algeri, fine anni Trenta. Il giovane Meursault conduce un’esistenza monotona e avara di ambizioni, scandita da un lavoro che non apprezza e da una vita sociale non propriamente entusiasmante. Quando la madre muore in una casa di riposo, si reca per partecipare al funerale senza lasciar trasparire alcuna emozione, rientrando in città il giorno successivo. Incontra Marie, una conoscente di vecchia data con la quale inizia una relazione, e instaura un’amicizia sempre più ambigua e pericolosa con il vicino di casa Raymond Sintès, un personaggio violento.

Il protagonista de Lo straniero finisce così per essere trascinato in una serie di eventi sempre più rocamboleschi, culminanti in una torrida giornata sulla spiaggia. Lì un gesto estemporaneo porterà Meursault ad affrontare un processo senza apparente via d’uscita.

Lo straniero: chi è causa del proprio mal… – recensione

Proprio il processo diventa una struggente una riflessione sull’indifferenza, sulla giustizia e sul significato stesso dell’essere umano, in un film che riprende il romanzo del 1967 di Albert Camus già portato sul grande schermo dall’omonimo film di Luchino Visconti, con protagonista uno straordinario Marcello Mastroianni. E proprio a quella prima trasposizione si rifà esplicitamente questo nuovo adattamento firmato dal regista francese François Ozon, approcciatosi al testo e alla pellicola originale con un rispetto quasi reverenziale.

Due film che sembrano specchiarsi l’uno nell’altro dal punto di vista narrativo, mentre per quanto concerne l’estetica Lo straniero 2025 si affida invece a un affascinante bianco e nero, che rende ancora più sfuggenti e malinconiche le numerose scene madri che caratterizzano questa storia di mancanze e omissioni, in un contesto coloniale ben preciso.

Colpevole o innocente

La vicenda di Meursault mantiene la sua primigenia essenza giacché evita qualsiasi meccanismo di immedesimazione tradizionale: chi d’altronde vorrebbe ritrovarsi nei panni di una figura così amorale, per la quale viene difficile provare compassione anche nei passaggi più potenzialmente struggenti? Benjamin Voisin veste i panni di un uomo emotivamente impassibile, incapace di aderire alle convenzioni sociali persino nei momenti che imporrebbero un sussulto di dolore o di rimorso: il discorso finale con l’uomo di Chiesa ne è la perfetta sintesi, atei o credenti si sia.

Un personaggio estraneo ai codici etici che regolano la convivenza civile e che diventa così metafora, simbolo di una società divisa che proprio nelle sue ramificazioni e complessità dà il via a quella svolta da cronaca nera che caratterizza la seconda metà e il convulso finale.

Proprio per via del materiale alla base e della scelta di Ozon di restarvi sostanzialmente fedele rischia di far apparire le fasi maggiormente significative più fredde che effettivamente enigmatiche, mentre chi non conosce a fondo l’opera di Camus potrebbe rimanere spiazzato da questa narrazione atipica, carica di riflessioni sull’assurdo e sull’indifferenza che dominano le logiche sociali.

Conclusioni finali

Dopo Visconti, anche François Ozon si confronta con la sfida di trasformare in immagini un testo profondamente letterario, nel quale l’essenza del protagonista risiede nella sua assenza, nel rifiuto delle logiche narrative classiche, nel farsi forma respingente e freddamente vuota. Il tutto racchiuso in un magnifico bianco e nero che ci accompagna in una suggestiva Algeri – “ricostruita” in Marocco – quale palcoscenico dei drammatici eventi.

La prima parte, con il funerale della madre e la susseguente, paradossale, storia d’amore con Marie, lascia poi il campo alla complessa fase processuale della seconda metà, vero e proprio sfogo esistenziale di un personaggio che si svuota nel proprio disagio e nell’assenza di emozioni. Per un adattamento rigoroso e affascinante, per quanto narrativamente molto simile alla già citata versione degli anni Sessanta.

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Appassionato di cinema fin dalla più tenera età, cresciuto a pane (anzi focaccia, da buon genovese) e classici hollywoodiani e scoperto, con il trascorrere degli anni, il fascino di cinematografie più sconosciute e di nicchia. Amante della Settima arte a 360 gradi, senza restrizioni geografiche o temporali di sorta, scrivo nel settore su svariate testate da quasi quindici anni, dopo una precedente esperienza nell'ambito della critica musicale. Con un debole per il tennis (primo estimatore di Roger Federer), il rock dalle sonorità più estreme a quelle più leggere e cantautoriali, e la birra artigianale, perché una buona pinta, insieme a un film, ci sta sempre bene.