La giovane Selin non ha un buon rapporto con la madre, che cerca di spingerla ad essere più pragmatica e meno sognatrice. Quando scopre che la casa dell’amata e compianta nonna è stata venduta, si reca lì per trascorrervi qualche giorno e recuperare le proprie cose, ignara di quello che le accadrà all’interno di quelle quattro mura. Dopo essersi imbattuta in una pietra misteriosa infatti la protagonista de La casa dell’estate viene catapultata nell’agosto del 1996.
Si ritrova così lì trent’anni prima della sua nascita, accolta dalla nonna e dalla versione coetanea di sua madre, diventandone paradossalmente migliore amica in quel viaggio nel passato che non sa ancora quanto durerà. Ha così modo di scoprire qualcosa di più sul triangolo sentimentale che definì le scelte di vita della genitrice, e si trova di fronte a una domanda inevitabile: è giusto modificare ciò che fu per costruire un futuro diverso?
La casa dell’estate: tempus fugit – recensione
Come può far presagire la semplicistica premessa dall’incipit fantastico, ci troviamo davanti ad un’operazione che sa esattamente cos’è e non finge di essere altro, racchiudendo proprio nella sua essenza dichiarata sia pregi che difetti. Produzione turca ambientata sulla suggestiva penisola di Bodrum, La casa dell’estate mette madre e figlia a confronto sfruttando il viaggio temporale della seconda, che ha così modo di conoscere lati nascosti della prima e le vicende stesse che hanno poi portato al suo concepimento.
La sceneggiatura gestisce il materiale con un approccio relativamente meccanico, cercando di dosare al meglio l’anima romantica pensato soprattutto per un pubblico di spettatrici. La verosimiglianza viene meno col procedere del racconto, ma questo è un elemento parzialmente perdonabile in quanto di film che analizzano in maniera effettivamente logica le conseguenze dei viaggi nel tempo è assai difficile trovarne.
Amore che fu, amore che sarà?
E di certo in una pellicola incentra su una love-story e sui rapporti familiari il relativo target non va a chiedere precisioni o aggiustamenti di sorta, ma la dose minima di emozioni e sussulti che da sempre catalizzano il genere. D’altronde ormai le soap provenienti da tali lidi sono un grande successo anche nel nostro Paese e La casa dell’estate è un film che si rivolge al medesimo pubblico, che avrà modo di ritrovare atmosfere abituali, qui più improntate alla leggerezza malinconica rispetto ad altre occasioni più melodrammatiche.
Il racconto infatti calca raramente la mano sugli eccessi strappalacrime o sulla retorica gratuita, mantenendo un’atmosfera relativamente frizzante nei suoi cento minuti di visione. Merito anche della contagiosa energia delle due belle e brave protagoniste: Derya Pinar Ak e Mina Demirtas bucano lo schermo e riescono a rendere credibili due personaggi a forte rischio cliché.
Conclusioni finali
Un film che conosce i propri limiti e li sfrutta con onestà, inserendosi nel filone della commedia romantica di origine turca con la variazione narrativa del viaggio nel tempo, che rende madre e figlia coetanee in un’estate di metà anni Novanta. Una premessa che diventa soprattutto strumento di riconoscimento emotivo tra le due, tingendosi qua e là di una dolceamara vena malinconica.
La casa dell’estate paga al contempo alcune forzature, la totale assenza di significati che vadano oltre la dimensione familiare e un contorno di personaggi e interpreti secondari poco ispirato. Un film che scorre con leggerezza per il suo principale target di riferimento, ma che resta tranquillamente skippabile per tutti gli altri.