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Kartavya: dall’India un poliziesco disilluso sull’ombra della corruzione – Recensione

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Un giornalista arriva in città per indagare sugli abusi commessi nell’ashram del santone Anand Shri, ma viene ucciso in circostanze misteriose. Pawan, agente di polizia incaricato della sua protezione, comincia a essere consumato dal senso di colpa e si imbarca in una crociata personalissima per consegnare il colpevole alla giustizia. Le indagini sembrano dare la colpa dell’omicidio a un ragazzino, ma il protagonista di Kartavya intende vederci chiaro.

Da quel momento l’indagine si trasforma sempre più in una discesa dentro un sistema marcio e corrotto fino al midollo, dove politici, uomini di potere, criminali e persino le forze dell’ordine sembrano far parte di un medesimo meccanismo. Mentre minacce sempre più dirette cominciano a mettere in pericolo la sua famiglia, Pawan dovrà comprendere fino a dove può spingersi e se il rischio valga la candela.

Kartavya: strade violente – recensione

Il film sembra essere stato sviluppato con l’ambizione di traghettare il crime-drama indiano verso territori più cupi e ambigui, ma nel corso dei suoi cento minuti di visione finisce per cadere negli ennesimi tranelli del genere, schiacciato tra un abbozzato tentativo di realismo sociale e dei meccanismi più classici da produzioni di intrattenimento streaming.

La sceneggiatura si affida a uno spunto di partenza carico di potenzialità, purtroppo non tutte esplorate pienamente nel corso del racconto. Il regista Pulkit, anche autore della storia, sfrutta il contesto per innescarvi un racconto teso e polveroso, immerso in quell’India rurale e periferica dove la povertà e tradizioni arcaiche spingono la gente a scelte disperate, spesso legate a logiche criminali e violente. Una terra di nessuno, dove il Male è libero di prosperare e fare la cosa giusta non è così semplice come altrove.

Una giustizia a orologeria

Laddove Kartavya convince maggiormente è proprio nella sua atmosfera trattenuta e disillusa, in un racconto che non è popolato da santi od eroi ma da uomini comuni alle prese con situazioni impreviste, alcuni cedenti al lato oscuro e altri saldi nel restare sulla retta via. Il protagonista Saif Ali Khan si carica sulle spalle il peso drammatico del film, ma la sua espressività relativamente ridotta non permette al personaggio di esprimere pienamente quel crescente moto di sensazioni. Il cast in generale non brilla particolarmente, quando nella stessa Bollywood abbiamo assistito anche in tempi recenti a performance ben più incisive.

Nella seconda metà la struttura narrativa accelera verso una chiusura parzialmente prevedibile, inserendo un paio di colpi di scena relativamente forzati e non preparando emotivamente il campo a quanto da lì a venire. Tanto che l’anima tensiva finisce per essere più timida del previsto, e Kartavya appare come una sorta di pilot per un’ipotetica serie televisiva che non vedrà mai la luce.

Conclusioni finali

Un film che trova i suoi momenti migliori quando prova a intercettare, più o meno volontariamente, il clima di sfiducia verso le istituzioni e le figure di potere, in un’India rurale dove la povertà genera nuovi mostri e il tradimento è sempre dietro l’angolo. Kartavya è un crime-drama a sfondo politico che ci prova ma non graffia a dovere, adagiandosi troppo timidamente su leitmotiv risaputi.

Le indagini di un poliziotto integerrimo, ritrovatosi in una situazione pericolosa che rischia di mettere in pericolo anche la sua famiglia, caratterizzano cento minuti di visione che viaggiano col pilota automatico, tra spunti incapaci di esprimersi a pieno regime e un mood disilluso che finisce per riflettersi nella natura ambiziosa ma incompiuta dell’intera operazione.

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