Il regalo di compleanno, una commedia familiare a corto di idee – Recensione

Il regalo di compleanno

Una festa di compleanno per un bambino può sempre trasformarsi in un potenziale disastro e il cinema comico gioca da sempre sulla varietà di gag e situazioni che possono verificarsi in quel party, dove le pesti, piccole o grandi che siano, hanno campo libero per agire. Che sia un regalo da consegnare last-minute o l’entrata in scena di una variabile più o meno pericolosa, le occasioni per dare vita a un godibile intrattenimento per tutta la famiglia sono molteplici.

Eppure ne Il regalo di compleanno, nuova esclusiva del catalogo Netflix battente bandiera tedesca, qualcosa è andato incredibilmente storto, sprecando una premessa potenzialmente carica di spunti. Battibecchi, situazioni caricaturali e altre inevitabilmente forzate caratterizzano un’ora e mezza di visione a corto di sorprese, come stiamo per scoprire.

Il regalo di compleanno: è qui la festa? – recensione

Marlene Frischmann è una madre single che ha organizzato una festa di compleanno per il figlio Theo, prossimo a spegnere nove candeline. L’evento si celebrerà nella villa di campagna del fratello Timo, un banchiere dal carattere a dir poco sopra le righe. Marlene ha preparato tutto nei minimi dettagli e invitato i compagni di classe del piccolo, che lei ritiene essere vittima di bullismo. Proprio per questo la donna spera che ogni cosa sia perfetta e di far bella figura con la presidente del consiglio dei genitori, anch’essa ospite del party.

In quelle fatidiche ore Timo ha intenzione di chiedere alla sua fidanzata di sposarlo, ma lui e sua sorella si ritroveranno a dover fare i conti con il comportamento imprevedibile del padre, affetto da una forma iniziale di demenza, che contribuirà a dare il via a una serie di circostanze via via più paradossali, pronte a trasformare quelle ore di divertimento in qualcosa che sfiora l’assurdo.

Nulla da dire

La sceneggiatura procede attraverso un esasperante accumulo di battute e siparietti, incapace di mantenere una propria coesione di fondo e sempre pronta a cercare il divertimento fine a se stesso, senza preoccuparsi di costruire una base narrativa solida sulla quale inserire poi tali gag.

Ci troviamo di fronte a un’incessante successione di schermaglie e imbarazzi, che svuotano i personaggi di senso e personalità, senza che il film riesca mai a mettere alla berlina il conformismo, il perbenismo e le contraddizioni della società contemporanea. Fin da quando lo zio, ignaro di cosa abbia comprato in fretta e furia al negozio di giocattoli, regala al piccolo festeggiato una pistola giocattolo, si comprende come le cose siano destinate a prendere una deriva gratuitamente delirante. Impressione che viene confermata progressivamente dalla gestione delle varie figure, principali e secondarie, che si muovono freneticamente in un racconto che non riesce mai a fermarsi per farle “respirare”.

Il regalo di compleanno si esaurisce già nel suo incipit e non riesce mai ad andare oltre, a mostrare qualcosa di significativo per lo sviluppo dei protagonisti, che, giunti all’epilogo, rimangono pressoché tali e quali a prima, salvo qualche ovvio risvolto fintamente risolutivo a far capolino nelle fasi finali della vicenda.

Conclusioni finali

Una commedia che privilegia la quantità rispetto alla qualità, mettendo al centro del racconto una famiglia problematica e sui generis, alle prese con una caotica festa per bambini carica di sorprese, e non solo per il piccolo festeggiato. La premessa de Il regalo di compleanno prometteva una satira irriverente sulle nevrosi della genitorialità contemporanea, ma il risultato è un pasticcio confuso e sin troppo leggero.

Con un pizzico di retorica a far capolino qua e là, l’ora e mezza di visione prova ad aggiungere una marea di sottotrame a una successione di gag sempre più prevedibili, senza mai riuscire a emozionare o, almeno, a far ridere con una comicità esagerata e gratuita, sulla carta – ma solo sulla carta – pensata per tutta la famiglia.

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Appassionato di cinema fin dalla più tenera età, cresciuto a pane (anzi focaccia, da buon genovese) e classici hollywoodiani e scoperto, con il trascorrere degli anni, il fascino di cinematografie più sconosciute e di nicchia. Amante della Settima arte a 360 gradi, senza restrizioni geografiche o temporali di sorta, scrivo nel settore su svariate testate da quasi quindici anni, dopo una precedente esperienza nell'ambito della critica musicale. Con un debole per il tennis (primo estimatore di Roger Federer), il rock dalle sonorità più estreme a quelle più leggere e cantautoriali, e la birra artigianale, perché una buona pinta, insieme a un film, ci sta sempre bene.