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Gigi Rock torna a Zelig in occasione dei 30 anni: «Un ritorno bellissimo. Il mio sogno? Fare cinema» – Intervista

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Gigi Rock torna protagonista a Zelig in occasione dei trent’anni dello storico programma comico. Per Luigi Rossetti, questo ritorno rappresenta una nuova occasione per incontrare il pubblico televisivo e ritrovare colleghi con cui condivide una lunga storia professionale. Dalla parodia di “Meraviglioso” dei Negramaro, diventata negli anni uno dei suoi numeri più riconoscibili, alla collaborazione con Fabio Fazio e Nino Frassica a Che tempo che fa, il comico ripercorre le tappe più significative della sua carriera.

Intervista a Gigi Rock

Nell’intervista rilasciata a noi di SuperGuidaTV, Gigi Rock racconta come sono nati alcuni dei suoi personaggi più surreali, svela i retroscena della partecipazione al Festival di Sanremo e riflette sui cambiamenti della comicità italiana, tra la riduzione degli spazi televisivi dedicati all’intrattenimento e le nuove sensibilità del pubblico. Spazio anche ai momenti di minore attività lavorativa, affrontati senza angoscia, e al sogno che ancora vorrebbe realizzare: partecipare a un bel film. Una chiacchierata che restituisce il ritratto di un artista capace di attraversare televisione, cabaret e comicità surreale senza perdere il gusto per il gioco e per la sperimentazione.

Gigi, partiamo dai trent’anni di Zelig. Come stai vivendo questo ritorno nel programma?

È stato un ritorno piacevolissimo, per quanto mi riguarda. L’anno scorso, verso settembre o ottobre, ho ricevuto un messaggio su WhatsApp da Giancarlo Bozzo, il direttore artistico di Zelig, che conosco personalmente da almeno trent’anni, forse anche di più. Mi ha scritto perché si stava organizzando la reunion per i trent’anni del programma e mi ha proposto di partecipare a una puntata.

Io avevo iniziato a fare televisione nazionale nel 1999, quando la trasmissione non si chiamava ancora Zelig, ma “Facciamo Cabaret”. Era l’anno in cui erano arrivati personaggi importanti come i Fichi d’India e Quinto Migone, che poi hanno continuato il loro percorso televisivo. Ho partecipato nel 1999-2000 e successivamente il programma ha assunto il nome di Zelig, con l’arrivo di Claudio Bisio, con il quale ho lavorato per altri due anni.

A gennaio di quest’anno ho fatto una puntata con Claudio e Vanessa Incontrada. È andata talmente bene che, inizialmente, mi sono state confermate altre tre partecipazioni. È stato un successo enorme, almeno dal mio punto di vista, sia personale sia televisivo. Adesso mi hanno invitato anche alle nuove puntate con Valeria Graci e Franz, che conosco da circa venticinque anni, e con Michelle Hunziker. Con Michelle avevo già lavorato nei primi anni Duemila, quando si stavano sperimentando diverse presenze femminili da affiancare a Claudio Bisio. Abbiamo già registrato tre delle quattro puntate previste e adesso ci aspetta l’ultima.

Una delle tue interpretazioni più amate dal pubblico è la parodia di “Meraviglioso” dei Negramaro. Come è nata questa idea?

L’idea è nata intorno al 2014-2015, durante un pomeriggio trascorso con un mio amico. Abbiamo preso il testo originale di “Meraviglioso” e la frase che ci ha fatto scattare tutto è stata: «D’un tratto qualcuno alle mie spalle». Ci siamo immaginati questa persona che arrivava alle spalle del protagonista e abbiamo cominciato a scherzarci sopra al computer, facendoci delle risate incredibili.

È nata così la prima versione, quella ambientata sui viali, con il protagonista che si gira e trova dietro di sé un certo Angelo, che porta i tacchi a spillo. Abbiamo passato tutto il pomeriggio a ridere e alla fine abbiamo scritto l’intera canzone, non soltanto i due minuti che propongo oggi. Poi è rimasta lì, salvata nel computer.

Successivamente, nei laboratori di Zelig, che si svolgevano ogni anno, ho deciso di provare a interpretare Giuliano Sangiorgi. Mi sono messo il cappellino, mi sono vestito di nero e ho costruito una sorta di intervista comica, con alcune battute, per poi proporre la mia versione di “Meraviglioso”. La cosa ha funzionato molto bene: durante l’esibizione ridevano tantissimo.

Giuliano Sangiorgi ha mai commentato direttamente la tua parodia?

So che gli era stata fatta vedere anche in precedenza, ma personalmente non mi ha mai mandato un messaggio o espresso direttamente un commento. Ho incrociato Giuliano un paio di volte da Fabio Fazio. So che i componenti della band si sono divertiti molto, almeno per quello che mi è stato riferito. Non so, però, se lui abbia mai avuto voglia di contattarmi direttamente. In realtà, per un periodo mi ero anche un po’ vergognato a parlarne. Forse avevo paura che potesse non prenderla bene, anche se non ho mai avuto notizie di reazioni negative.

Come è nata, invece, la tua collaborazione con Fabio Fazio e successivamente con Nino Frassica?

La collaborazione con Fabio Fazio è nata durante il Covid. Un giorno, verso le cinque del pomeriggio, mi ha telefonato il Mago Forest, un mio carissimo amico che conosco da circa trentacinque anni. Mi ha detto che mi cercava Fazio e che dovevo prendere un taxi e raggiungere gli studi di via Mecenate, a Milano, perché avevano bisogno di me. Sono andato lì e ho fatto il tampone, come previsto in quel periodo. La persona che avrebbe dovuto partecipare alla scenetta con Francesco Paoloantoni e Fabio era risultata positiva, quindi era stata mandata a casa. Io ero negativo e ho potuto fare l’intervento.

Da quel momento ne ho realizzati altri tre o quattro, sempre interagendo con Francesco Paoloantoni. Nino Frassica mi ha visto, gli sono piaciuto e, quando è ricominciata la stagione successiva, mi ha cercato. All’inizio non avevo risposto alle sue telefonate perché non ero abituato a rispondere ai numeri che non avevo in rubrica. Poi mi ha chiamato dicendomi: «Ciao Gigi, sono Nino Frassica, non so se ti ricordi di me».

Gli ho risposto sinceramente di no, e da lì è nato un dialogo di circa dieci minuti, tutto basato sulle incomprensioni. Alla fine mi ha invitato a collaborare con lui nello spazio che ha da Fabio Fazio, a “Che tempo che fa”. Sono quattro anni che lavoro con lui e adesso abbiamo iniziato il quinto. Ho fatto circa 120 puntate. È un tipo di comicità completamente diverso da quello che propongo a Zelig: si tratta di un umorismo non-sense, surreale, nello stile di Nino, che a me piace tantissimo.

Con Nino Frassica è arrivata anche la partecipazione al Festival di Sanremo, dove hai interpretato Can Yaman. Come è nata questa esperienza?

A “Che tempo che fa” Nino si è inventato il premio Novello Bello d’Oro, che viene assegnato anche attraverso alcune presentazioni comiche. Ne ho realizzate diverse, interpretando personaggi improbabili. Per esempio, mi è capitato di presentare un premio nei panni di Adriano Celentano, ma senza fare una vera imitazione: prendevo alcune caratteristiche del personaggio e le mescolavo con il linguaggio di Gigi Marzullo. Era come se Celentano parlasse sempre di notte, sottovoce, come piace a noi.

Il risultato era qualcosa di completamente fuori di testa, ed è proprio questo il genere di comicità che mi diverte. Per Sanremo avevamo valutato diverse possibilità. Tra le idee c’era anche quella di un personaggio che mescolava Checco Zalone con il linguaggio di Marzullo. Alla fine, però, è stata scelta un’altra strada: quella di Can Yaman che ha interpretato Sandokan.

Una delle cose che mi fanno più ridere è che Elio, di Elio e le Storie Tese, quando mi vede mi ricorda spesso un numero che considera davvero alla Monty Python. Ero vestito da sposa, incinta di otto mesi, con il velo e un abito a righe che richiamava il modo di vestire di Marzullo. Scendevo una scala parlando come lui: una follia totale. Il bello è che io mi diverto davvero a fare queste cose. Mi piacciono i travestimenti e mi sento a mio agio in situazioni del genere. Credo che il pubblico percepisca questo divertimento: se non ci fosse, il personaggio rischierebbe di sembrare semplicemente assurdo, mentre così diventa un gioco condiviso.

Anche la scelta di Sandokan funzionava proprio per il contrasto con il mio aspetto fisico. Io sono alto un metro e sessantacinque, mentre il personaggio è una figura imponente, quasi due metri. Più un personaggio è lontano da quello che sono realmente, più può risultare divertente. In passato, sempre con Federico Basso e Davide Paniate, ho interpretato anche Roberto Bolle e Leonardo DiCaprio. Sono personaggi molto distanti da me e proprio per questo il contrasto funziona.

Il lavoro dello spettacolo è spesso discontinuo. Hai attraversato periodi di difficoltà e come li hai affrontati?

Sinceramente non mi sono mai fatto grossi problemi, soprattutto per carattere. Quando c’è stato tanto lavoro, l’ho preso bene; quando ci sono stati periodi di crisi, non ne ho mai fatto un dramma. Non sono mai andato in depressione e non ho mai vissuto con angoscia i momenti in cui non arrivavano proposte. Ovviamente, in alcune fasi, mi sono posto delle domande, anche perché ho tre figli di 21, 19 e 17 anni e la responsabilità nei loro confronti esiste. Ho sempre avuto fiducia nel fatto che sarebbe arrivata un’occasione per risollevarmi. Anche mia moglie ha uno stipendio fisso e questo, naturalmente, ha aiutato a vivere le situazioni con maggiore tranquillità.

Alla fine le occasioni sono arrivate, come è successo con questo ritorno a Zelig. Quando torni in televisione con una visibilità nazionale così importante, può capitare che arrivino nuove richieste per serate e spettacoli. Le persone ti riscoprono, si incuriosiscono e ti chiamano. Naturalmente, quando c’è meno lavoro, bisogna anche adattarsi. Si può abbassare il proprio cachet, mentre nei periodi di maggiore popolarità si può provare a chiedere qualcosa in più. Fa parte del mestiere. Ma non ho mai vissuto tutto questo con disperazione.

Guardando alla tua carriera, qual è il sogno professionale che vorresti ancora realizzare?

Mi piacerebbe tantissimo partecipare a un bel film. Non necessariamente da protagonista: mi basterebbe avere una parte in una bella produzione. Sono un grande appassionato di cinema e ho un archivio personale con circa ottomila film. Mi piacciono molto le filmografie e tutto quello che riguarda la storia del cinema.

Mi piacerebbe poter aggiungere un film al mio archivio, uno in cui abbia partecipato anch’io. Ogni volta che vedo Diego Abatantuono gli dico scherzosamente: «Tirami dentro!». Sono molto amico di Diego e, vedendoci tutte le domeniche, anche grazie alle occasioni di lavoro, si è creato un rapporto di confidenza. È un mondo che mi affascina e nel quale mi piacerebbe trovare spazio.

Com’è cambiato, secondo te, lo stato di salute della comicità in Italia? Un tempo c’erano programmi come Zelig, Colorado e Made in Sud, mentre oggi molti comici trovano spazio all’interno di trasmissioni di intrattenimento o talent show.

È cambiato tantissimo. Leggevo una dichiarazione di Enrico Brignano con cui mi sono trovato d’accordo: oggi mancano programmi di intrattenimento comico puro, di quelli che una volta avevano un grande spazio in televisione. Ci sono format che funzionano molto bene e che hanno il loro seguito, come “La Ruota della Fortuna”, ma occupano una fetta enorme dell’attenzione del pubblico. Programmi come Colorado non hanno più lo spazio che avevano prima.

Secondo me il pubblico resta comunque fedele a determinati canali, soprattutto Rai e Mediaset. Una parte continua a guardare la televisione tradizionale, mentre un’altra preferisce le serie e i contenuti disponibili sulle piattaforme. Fabio Fazio è riuscito a portare con sé una parte importante del suo pubblico quando è passato dalla Rai al Nove. Non è un risultato che si ottiene facilmente, perché le abitudini degli spettatori sono difficili da cambiare.

Quanto incide, invece, il tema del politicamente corretto sulla comicità contemporanea?

Incide molto. Oggi è diventato difficile proporre alcuni tipi di battute o affrontare determinati argomenti, perché basta dire qualcosa che non piace a qualcuno e si rischia di essere attaccati in maniera incredibile. Non parlo necessariamente del mio caso, ma in generale credo che un comico debba avere una corazza abbastanza forte. Se sei una persona sensibile, puoi fare fatica a gestire certe reazioni.

Ci sono artisti che hanno un carattere molto deciso e riescono a sostenere questo confronto. Penso, per esempio, ad Angelo Duro, che conosco bene: l’anno scorso ho fatto circa settanta date con Andrea Pucci, intervenendo per una decina di minuti nel suo spettacolo. Sono artisti che hanno una personalità molto forte e un modo di comunicare più aggressivo. Possono piacere oppure no, e naturalmente quello che fanno può essere discusso, ma hanno un carattere che permette loro di sostenere quel tipo di esposizione. Io, sinceramente, non credo di avere lo stesso atteggiamento. Non ho quel tipo di corazza e probabilmente non riuscirei a gestire allo stesso modo certe situazioni.

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