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“Se domani non torno”, intervista alla regista Paola Randi e all’attore Filippo Timi

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Alla 21ª Festa del Cinema di Roma è stato presentato “Se domani non torno” di Paola Randi, un’opera toccante che ripercorre la drammatica vicenda di Giulia Cecchettin andando oltre il semplice fatto di cronaca. Il film sceglie di concentrarsi sulla dignità di una famiglia capace di trasformare un dolore immenso in una battaglia civile contro il patriarcato, le discriminazioni di genere e la violenza sulle donne. Prodotta da Notorious, Mediaset, Sky Cinema e Fondazione Giulia Cecchettin, la pellicola vanta nel cast interpreti del calibro di Filippo Timi, Tecla Bossi, Sabrina Martina e Tommaso Allione. Il progetto nasce con il preciso intento di mantenere viva la memoria della giovane vittima, affiancando l’operato della fondazione a lei intitolata per promuovere un profondo cambiamento culturale. Rivolgendosi in modo diretto alle nuove generazioni, la storia diventa così un potente strumento di sensibilizzazione ed educazione affettiva. L’opera si propone come manifesto di un movimento di pensiero che sollecita una presa di coscienza collettiva sulla necessità indifferibile di scardinare le disuguaglianze sociali. Attraverso uno sguardo intimo e rispettoso, il racconto cinematografico riesce a restituire sia il vuoto dell’assenza sia la forza di una reazione civile composta ed efficace. Un tassello fondamentale per costruire una società consapevole e partecipe, capace di interrogarsi sul senso della responsabilità individuale di fronte ai drammi del nostro tempo.

Intervista alla regista Paola Randi e all’attore Filippo Timi

Noi di SuperGuida TV abbiamo video intervistato in esclusiva la regista Paola Randi e l’attore Filippo Timi. Dietro la macchina da presa, la regista Paola Randi spiega l’approccio scelto per affrontare una ferita collettiva così vicina: “Quando mi hanno proposto questo progetto, la prima domanda che mi sono posta riguarda il mio modo di raccontare: “Posso essere utile? Posso dare un contributo a questa storia?”. Ho letto il libro di Gino Cecchettin e ho capito che la chiave giusta era quella dell’assenza. Ne ho parlato prima con la sceneggiatrice Lisa Nursultan, che è stata subito d’accordo, poi con il produttore e infine abbiamo incontrato Gino, Elena e Davide. Da lì il percorso è stato molto fluido e veloce: una volta individuati i contenuti e il tono del racconto, è stato naturale andare avanti e accogliere poi nel cast attori meravigliosi”. 

Una scelta fondamentale è stata quella di escludere qualsiasi rappresentazione esplicita della violenza, privilegiando il punto di vista emotivo e familiare: “Nel cinema il punto di vista è tutto, rappresenta lo sguardo preciso con cui si sceglie di narrare una vicenda. Il nostro è un punto di vista emotivo e centrato sulla famiglia: seguendo questa prospettiva non c’era alcuna necessità di mostrare la violenza. È un racconto emotivo, non descrittivo; ci sono aspetti che la mente umana può immaginare con molta più forza di quanto la regia possa mai mostrare visivamente. Inoltre, raccontare l’assenza significa addentrarsi in qualcosa di ignoto per la famiglia e per tutti noi. La rappresentazione della violenza si può affrontare per denuncia, rendendola quasi insopportabile, oppure si può scegliere di non mostrare nulla. Di violenza ne abbiamo già subita e vista fin troppa: basta”. 

Un pilastro morale e narrativo del film è anche la figura di Elena Cecchettin come precisato dalla regista: “Per me Elena, esattamente come Gino, è un punto di riferimento e un esempio per tantissime di noi. È un modello di autorevolezza e di grande misura, capace di trasmettere il suo messaggio con fermezza, senza mai urlare”. A dare il volto a Gino Cecchettin è Filippo Timi, che descrive l’intensità e il profondo coinvolgimento emotivo vissuto sul set: “La parola ‘responsabilità’ mi appesantisce, preferisco sostituirla con ‘gioia’. È un privilegio straordinario interpretare un padre che, di fronte a un dolore impossibile da accettare, non sceglie la violenza ma intraprende una strada di enorme valore. È un papà che chiede alla figlia di guidarlo e insegnargli. Se io avessi avuto mio padre in un momento difficile della mia vita che mi si avvicinava chiedendomi di parlarne e di spiegargli le cose, mi avrebbe fatto benissimo. Interpretare un ruolo del genere è una grande gioia. Allo stesso tempo provi un profondo pudore: quando ti fermi e pensi che questa persona esiste davvero, ti vergogni quasi, perché anche cercando di attingere alle emozioni più autentiche sai che non potrai mai arrivare a percepire quello che ha provato lui sul serio”.

L’attore si sofferma poi sul ruolo cruciale che gli uomini devono assumere per scardinare la cultura patriarcale: “Il coinvolgimento degli uomini è fondamentale, perché sono proprio loro a godere in modo silente di tutti i privilegi del patriarcato. Dovrebbero essere i primi ad accorgersene, a provarne vergogna e a capire che questo sistema non funziona, fa male a tutti e crea una disparità non più tollerabile. Di recente ho scoperto persino che i pianoforti sono stati progettati sulle dimensioni della mano di un uomo medio: ma che senso ha? Bisogna dire basta a queste disuguaglianze”. 

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