Giacomo Maiolini, il produttore musicale che ha anticipato la musica si racconta nel libro “Mai avuto tempo” – Intervista

Giacomo Maiolini

Mai avuto tempo è il titolo del libro di Giacomo Maiolini, l’uomo che ha attraversato quarant’anni di musica dance lasciando impronte ovunque: dalle discoteche di provincia alla vetta delle classifiche mondiali, dai vinili agli algoritmi, da Brescia a Tokyo. Un romanzo di una vita vissuta in anticipo, sempre un passo prima del suono, del mercato, del futuro. È la storia di un ragazzo che inseguendo il ritmo ha imparato a riconoscere il successo, ma ha dovuto fare i conti con il prezzo dell’ossessione, con il corpo che frena, con il silenzio che arriva quando la musica si spegne. Giacomo Maiolini ha fondato e dirige da oltre quarant’anni Time Records, la casa discografica che ha segnato la storia della musica dance. Con 7 miliardi di stream, più di 120 milioni di dischi venduti e oltre 400 riconoscimenti tra diamante, platino e oro, è il discografico italiano che ha prodotto e venduto più dischi al mondo.

Alla vigilia della presentazione del libro che si è tenuta alla Feltrinelli di Milano, noi di SuperGuidaTv abbiamo incontrato Maiolini che ci ha raccontato del suo libro ma anche di aneddoti della sua vita, privata e professionale.

Intervista a Giacomo Maiolini

In diversi momenti della sua vita il tempo sembra aver avuto un ruolo decisivo. C’è stato un episodio in particolare che ha cambiato tutto?

Una mattina non ho sentito la sveglia: dovevo andare a un colloquio in banca, ma non ci sono andato. E da lì è cambiata la mia vita. È stata una vera e propria “sliding door”. Sempre parlando di tempo, ricordo anche un pomeriggio in un bar: vidi un orologio appeso al muro e pensai “dammi il tempo record”. Negli anni il mio rapporto con il tempo è sempre stato competitivo. Ho sempre cercato di anticiparlo: non avevo ancora raggiunto un obiettivo che già pensavo al successivo. E quando arrivavo a un traguardo, per me era già qualcosa di superato. Dovevo subito trovare una nuova sfida. Il problema arriva quando non trovi subito un altro obiettivo: lì rischi di cadere. E allora devi essere forte, rialzarti e fissare nuovi traguardi.

Quindi possiamo parlare di una vera e propria ossessione?

Sì, assolutamente. Ossessione nei confronti delle cose che faccio. Quando voglio ottenere qualcosa, sono completamente preso dal raggiungimento del risultato.

E poi è soddisfatto di quello che ottiene? Oppure questo continuo andare oltre diventa un inseguimento?

Diventa proprio un inseguimento. Chi mi conosce sa che io non sono mai davvero contento: sono sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo. Da un lato è anche positivo, soprattutto nel campo artistico. Ho avuto colleghi che a un certo punto sono spariti dalla circolazione. Avere sempre un obiettivo davanti mi ha aiutato a ottenere risultati. Certo, dall’altra parte non è sempre facile vivere così.

È stato insignito del titolo di Cavaliere della Repubblica dal Presidente della Repubblica. Che momento è stato?

Quando mi è arrivata la comunicazione avevo sentito qualche voce, ma sinceramente non me lo aspettavo. È stata una grande soddisfazione.

Ho letto che è anche un grande collezionista d’arte. Come è nata questa passione?

È nata quando mi sono separato da mia moglie. Ho comprato una casa e l’ho progettata completamente a mio gusto. Oltre agli aspetti strutturali, ho curato tutto io e ho iniziato a cercare opere che mi trasmettessero qualcosa. Chi ha visto casa mia la definisce eclettica: mescolo arte orientale proveniente dall’Indonesia e dall’Asia con elementi di design moderno, come il divano di Edra o sedute di Cappellini. A raccontarlo sembra che le cose non c’entrino nulla tra loro, ma io le ho messe insieme cercando armonia.

Segue artisti specifici oppure sceglie semplicemente quello che la colpisce?

Non seguo i nomi, un po’ come nella musica. Non ho il gruppo preferito in assoluto e allo stesso modo non scelgo le opere solo per la firma dell’artista. Mi è capitato però di essere tra i primi ad acquistare opere di Fabio Viale, lo scultore famoso per le statue in marmo di Carrara tatuate. Un giorno mi sono alzato alle cinque del mattino e sono partito per Torino per vedere le sue opere. Quando ci siamo incontrati mi disse: “Ma cosa ci fa questo pazzo di Brescia qui? Non sto vendendo niente e lui è venuto a comprare”. Da lì siamo diventati amici.

C’è un’opera a cui è particolarmente affezionato?

Sì, sempre di Fabio Viale. È un’opera chiamata “Il Laocoonte” tatuato. Quando me ne parlò la prima volta non avevo lo spazio per inserirla in casa. Dopo un anno l’ho rincontrato e gli ho chiesto se l’avesse ancora. A quel punto ho deciso di costruire una parte della casa proprio attorno a quell’opera.

Quanto ha influito Brescia nella sua carriera?

Sono molto affezionato a Brescia, ma in realtà la città non ha fatto molto per me. Io però ho sempre voluto restare qui. Molti pensano che una casa discografica debba per forza essere a Milano. Una volta era così, perché c’erano i distributori e le major. Oggi con la tecnologia non è più necessario. Milano mi ha dato tanto dal punto di vista professionale, ma non ci vivrei mai: io preferisco la campagna.

Ci sono stati incontri che hanno cambiato la sua vita professionale?

All’inizio della mia carriera mi sono ispirato a due produttori americani: Patrick Cowley e Bobby Orlando. A livello musicale ho preso spunto dalle loro basi e le ho adattate a una melodia più italiana. I miei dischi iniziarono a essere pubblicati in Giappone. Un giorno arrivarono a Brescia due giapponesi senza appuntamento. Mi dissero che volevano lavorare con me. Si ripresentarono mesi dopo e alla fine iniziammo una collaborazione con la loro società, Avex, che poi sarebbe diventata la più grande etichetta indipendente del Giappone. In vent’anni ho prodotto per loro 1959 dischi.

Lei ha fondato la sua etichetta molto giovane. Come è nata Time Records?

Avevo 21 anni. All’epoca la musica dance non era prodotta in Italia: arrivava soprattutto da Inghilterra e Stati Uniti. Da lì è iniziata una crescita continua e negli anni ho collaborato con artisti come Bob Sinclar e Gigi D’Agostino.

Come fa a riconoscere prima degli altri un disco con potenziale?

È una questione di sensibilità. Un po’ come il gusto: o ce l’hai o non ce l’hai. Quando ascolto un brano che penso possa diventare un successo mi vengono i brividi. È una sensazione fisica. E quando sento che un disco deve essere mio, finché non lo prendo non dormo neanche la notte.

Lavora direttamente anche con gli artisti per modificare i brani?

Certo. Se c’è qualcosa che non funziona lo faccio cambiare. Nulla esce senza la mia approvazione. Detto questo, gestendo un’azienda, bisogna anche accettare compromessi: non tutti i dischi possono essere dei grandi successi.

Che cosa hanno in comune i grandi artisti con cui ha lavorato?

Sono tutti complicati, ognuno a modo suo. Però sono anche grandi professionisti. E c’è sempre un pizzico di follia in tutti loro.

Come vede la scena musicale attuale?

Credo che siamo in un momento di transizione. Ogni vent’anni nella musica succede qualcosa: alla fine degli anni ’80 è arrivata la house, nei primi anni 2000 la rivoluzione digitale. Ora siamo in una fase in cui bisogna capire quale sarà la nuova tendenza. Inoltre oggi tutto è molto legato agli algoritmi: puoi fare tutto il marketing che vuoi, ma alla fine decide l’algoritmo.

Cosa pensa dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale nella musica?

Se si usa completamente per creare musica può portare a un appiattimento. Noi la utilizziamo solo per realizzare demo. Poi, in base alla melodia o all’interpretazione, cerchiamo la cantante giusta nel mondo. È uno strumento utile, ma non è creativo da solo.

Secondo lei oggi gli artisti durano meno rispetto al passato?

Sì, succede spesso. In 40 anni di carriera ho visto tantissimi produttori arrivare con un primo disco di successo e poi non riuscire più a replicarlo. La musica oggi si consuma molto velocemente: escono tanti brani e il ciclo di vita di un singolo è molto più breve rispetto al passato.

Ha vissuto momenti di crisi nella sua carriera?

Sì. Una volta, dopo aver avuto un disco numero uno mondiale con O‑Zone, mi sono svegliato una mattina e ho visto il buio davanti a me. Non riuscivo a immaginare cosa fare dopo. Per un paio di mesi non avevo più voglia di fare nulla, neanche di ascoltare musica. Poi mi sono rialzato e sono ripartito.

A cosa sta lavorando adesso? Ci sono degli artisti emergenti da tenere d’occhio?

Stiamo lavorando a un progetto interessante con Bob Sinclar per l’estate. Abbiamo creato una demo con l’intelligenza artificiale che tutti i programmatori radio hanno definito un potenziale successo. Ora stiamo cercando l’interprete giusta: probabilmente sarà una cantante ancora sconosciuta.

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