“Sono molto contento di partecipare quest’anno a Sanremo. L’ultima volta è stata cinque anni fa, con “Un milione di cose da dire”. Tornarci dopo cinque anni, sul “luogo del delitto”, è una cosa molto emozionante”. – Con queste parole Ermal Meta racconta il suo stato d’animo alla vigilia del Festival di Sanremo 2026 e che lo vedrà tra gli artisti in gara alla kermesse canora, diretta e condotta da Carlo Conti.
Sanremo 2026: Ermal Meta a Sanremo in gara con il brano “Stella Stellina”
“La canzone che porto in gara contribuisce ad aumentare il peso emotivo che mi porto dietro. È il mio primo Sanremo da papà e questo cambia qualcosa. Non l’avrei immaginato prima, e forse mi sarebbe sembrata anche una cosa un po’ “cringe” da dire. Però viverlo davvero è diverso. È come se ci fosse un grado di responsabilità in più, anche solo nel modo di sostenere la settimana, il palco, tutto quanto” – Racconta Ermal Meta ai giornalisti presenti alla conferenza stampa che si è tenuta presso la sede Sony a Milano.
Sul brano che porta in gara a Sanremo 2026, l’artista dice: “La canzone si chiama “Stella Stellina”. Parla di una bambina di Gaza, una bambina senza nome che appartiene a un popolo senza voce. È strano: è un popolo sulla bocca di tutti, ma allo stesso tempo dimenticato. L’ho scritta in modo molto particolare. Stavo suonando per mia figlia Fortuna, come faccio sempre. Lei mi chiede continuamente: ‘Papà, musica, musica’. Io le invento filastrocche, canzoncine al momento. Quel giorno stavo cantando qualcosa che aveva a che fare con ‘Stella Stellina’”.
La genesi del brano sanremese
“Qualche ora prima, però, avevo visto un video molto pesante su Instagram. Uno di quei video censurati che devi cliccare per aprire. Lo sguardo di una bambina di Gaza mi ha trafitto. Non che le altre immagini viste in questi anni non mi abbiano colpito, ma quella in particolare sì. Dopo che mia figlia si è addormentata, sono sceso nel mio studio e ho ripreso quella melodia, ma con un’intenzione completamente diversa. Avevo davanti agli occhi quello sguardo. In un quarto d’ora ho scritto la canzone”. – Racconta il cantautore sul modo in cui è nato il brano sanremese.
Poi aggiunge: “Sono rimasto in un ambito popolare perché parla di un popolo. La musica popolare ha una struttura circolare: sopravvive nei secoli perché è facile da ricordare, entra nel DNA delle persone. Ho mantenuto quella filastrocca, quella melodia circolare che non si chiude mai davvero: la fine coincide con l’inizio”.
“Mi sono messo nei panni di un adulto davanti a una bambina. Come glielo spieghi quello che sta accadendo? Noi adulti forse capiamo, forse no. Ma a un bambino? Mi sono messo nei panni di uno di quei tanti uomini disperati che trovano una bambola e ho scritto di getto”.
L’album
Un brano che rappresenta pienamente l’introduzione allo stile dell’album: “La canzone vuole essere anche un preludio dell’album. Il tema del tempo attraversa tutto il disco: nostalgia, malinconia, domande aperte. Le domande più interessanti sono quelle a cui non sai rispondere. Quando rispondi, le archivi”.
“Per me un cantautore ha un compito: raccontare esattamente quello che sente, senza filtrarlo. Quando ti esponi, ti esponi a tutto. Io sono pronto a difendere quello che credo. La Costituzione mi garantisce il diritto di parola e io voglio usarlo. Se sei bello ti tirano le pietre, se sei brutto ti tirano le pietre. Va bene così. L’unico patto di fedeltà che un cantautore deve fare è con se stesso. Poi può arrivare di tutto, ma non mi interessa. La mia missione è un’altra”.
Le domande a Ermal Meta
Durante la conferenza stampami’è stato spazio anche alle domande da parte dei giornalisti presenti.
La paternità ha aumentato la tua sensibilità rispetto a questo tema?
“Sì, probabilmente il livello di sensibilità è aumentato. È come se la pelle si fosse assottigliata. Quando fai spazio a un’altra persona dentro di te, senti di più. Non è tanto un senso di protezione, quanto un senso di impotenza. La cosa devastante è questa: l’impotenza. Come lo racconti a un bambino cos’è il male? Forse non va raccontato il male, ma il bene. Così crescendo potranno capire da soli cosa non è normale. C’è un’attrazione storica verso il dominio, il controllo, il male. E c’è stata una grande operazione di divisione: destra-sinistra, buoni-cattivi. Ma la vera divisione è tra chi ha potere e chi non ce l’ha. Le canzoni sono verticali: attraversano i muri invisibili”.
Come è nato il lavoro con Dardust?
“All’inizio avevo arrangiato il brano in modo molto organico, con fiati. Sembrava quasi una cosa alla Goran Bregović. Però rischiava di sembrare una storia del passato. Io volevo che fosse una cosa di oggi. Ho chiamato Dardust. Per me è un produttore straordinario, diverso dagli altri. Gli ho mandato il pezzo e lui ha fatto un “level up” incredibile. Quando mi ha rimandato la versione sono cascato dalla sedia. Io di solito produco le mie cose, ma questa no. Ero troppo vicino al quadro per metterlo a fuoco. L’unica persona che poteva farlo era lui”.
Incontrerai il Presidente Mattarella. Che effetto ti fa?
“Sono felice e onorato. È stata una figura centrale in questi anni e ha dato all’Italia una dignità che altre figure politiche non hanno avuto. Però io soffro un po’ le alte cariche. Mi mettono ansia. Anche quando ho conosciuto il Papa sono stato male per due ore. Con Tom York no, ma con il Papa sì (ride). Sono contento di incontrarlo. E ora mi tocca trovare una cravatta nera”. (Incontro con il presidente Mattarella avvenuto il 13 febbraio 2026)
Perché non hai usato la parola “Gaza” nel testo?
“Non ho usato il termine “Gaza” perché non volevo circoscrivere il racconto. L’ispirazione è chiaramente quella: parlo di persone intrappolate tra muri e mare. Non mi viene in mente un altro posto così. Però sguardi come quello sono ovunque: Africa, Yemen, Ucraina. Non volevo chiudere la canzone. Non è una canzone che parla di guerra. Lì non è una guerra tra due eserciti. Le parole formano la realtà. Se usiamo termini sbagliati, raccontiamo male il mondo. L’ispirazione è un fascio di luce, io sono il prisma. Poi la luce si scompone in tante direzioni, come nella copertina dei Pink Floyd. Io non voglio indirizzare la musica come un’arma”.
Se vincessi Sanremo, andresti all’Eurovision?
“Premetto che non credo vincerò mai (ride). Però se dovessi vincere, sì. Ci sono tanti modi per protestare: boicottare, tacere, voltare le spalle. Ma c’è anche andare lì e cantare ancora più forte. Quando è scoppiata la rivoluzione in Albania io ero lì. Se la gente non fosse scesa in piazza, nulla sarebbe cambiato. Con questa canzone sarebbe un errore non andare. Sarebbe come non fare l’ultimo passo. Se mi chiedessero di cambiare il testo, no. Non lo accetterei mai. E poi: si chiama Eurovision, ma partecipano anche Paesi non europei. Allora chiamiamolo Mondovision. Senza polemica verso nessuno Stato. Ovunque ci sono persone buone e meno buone. Io voglio esserci”.
Che genitore vuoi essere?
“Voglio esserci. Sempre. Quando cadono e quando si rialzano. Esserci. Tutto quello che io non ho avuto. Semplicemente esserci”.
Cosa ti hanno insegnato le tue esperienze da figlio?
“Mi hanno insegnato che il modo migliore per educare un figlio non è dirgli cosa fare, ma mostrarglielo. Un figlio dimentica le parole. Io non ricordo quasi nulla di quello che mi è stato detto. Ma i gesti li ricordo. Sono i gesti che educano”.









