Grace è una scrittrice newyorchese che si trasferisce in un ranch nel Montana dopo aver avuto un figlio con Jackson, che ha ereditato quella casa dallo zio da poco defunto. Una dimora isolata, in aperta campagna, circondata da prati immensi e immersa nel silenzio. La ragazza fatica ad adattarsi a quel paesaggio brullo e desolato e la sua stessa ispirazione viene meno, complicata inoltre dalle difficoltà di crescere il bambino e dalle ripetute assenze del compagno.
La protagonista di Die My Love soffre forse della depressione post-partum? Il merito della sceneggiatura è proprio nel rifiuto esplicito della diagnosi. Un film che non spiega, non contestualizza, non vuole trovare una ragione a tutti i costi dietro la deriva psicologica di Grace, ma costruisce l’umore e l’atmosfera tramite gli eventi che accadono. Il piccolo che piange, il cane – adottato a sua insaputa da Jackson – che continua a abbaiare, lui che è spesso lontano da casa e quelle quattro mura che si trasformano in una prigione: il quadro clinico è già servito in una narrazione cinica e dissuasiva.
Die My Love: un amore fuori dai canoni – recensione
La regista Lynne Ramsay – anche cosceneggiatrice dello script – vuole portarci non tanto nella storia di una donna che perde la testa dopo il parto, ma dentro quel flusso di pensieri osservati da un ponto di vista “privilegiato”, ovvero da dentro, senza scappatoie di sicurezza o la distanza rassicurante del caso medico osservato dall’esterno.
Die My Love – disponibile su MUBI e nel relativo canale su Prime Video – è il suo quinto lungometraggio e, in un certo senso, il più ambizioso e personale: un film sulla maternità come trappola, sulla perdita dell’Io in un corpo che non sembra appartenerti più, sul modo in cui certi ambienti possano consumare, inesorabilmente e quotidianamente, una persona in maniera impensabile. Tutto questo in una messa in scena nervosa e punk, con una colonna sonora che va dai Velvet Underground a David Bowie e Toni Basil, perfetto accompagnamento di una storia di eccessi e passioni.
A che ora è la fine del mondo
Le sequenze più riuscite sono proprio quelle nelle quali il confine tra realtà e follia si fa sempre più labile. Feste che diventano teatro di scompiglio, amanti passeggeri, scatti improvvisi di violenza che rendono le due ore di visione un’opera vibrante, mai quieta, capace di dialogare con un ritmo sincopato in attesa di quella quiete potenziale e auspicabile.
Alla base vi è il romanzo omonimo della scrittrice argentina Ariana Harwicz, pubblicato nel 2012 e tradotto in inglese nel 2017, che offriva un monologo interiore frammentato. Fu Martin Scorsese a far conoscere il libro a Jennifer Lawrence, convinto che fosse il ruolo giusto per lei e l’attrice ne è stata subito rapita, convincendo la regista a realizzare insieme il progetto. L’interprete è qui una vera e propria forza della natura, incontenibile ed esplosiva anche nelle sue scelte più discordanti e respingenti, anima catalizzatrice dell’intera operazione.
Operazione che pur trova un perfetto Robert Pattinson nelle vesti di quella “dolce metà” che cerca di tenerne a bada le bizze, pur anch’esso colpevole più o meno consapevole della situazione venutasi a creare. Un cast completato nei ruoli secondari da nomi del calibro di Sissy Spacek e Nick Nolte e capace di dar vita a un contesto credibile, ruotante attorno a quella furente alpha e omega di nome Grace, un nome paradossalmente antitetico.
Conclusioni finali
Die My Love è un film che fin dal titolo non ha paura di farsi scomodo e non va a caccia del consenso o della simpatia del pubblico. Chi è disposto a entrare nel giusto mood può facilmente essere trascinato da questo amour fou destinato a precipitare nella follia, sorretto dalla rabbiosa e struggente performance di una straordinaria Jennifer Lawrence.
Un’esperienza più sensoriale che effettivamente narrativa, febbrile e viscerale, che non fa sconti e non offre soluzioni prevedibili o consolatorie. La depressione post-partum viene qui rappresentata senza didascalismo o retorica, ma come un viaggio nel delirio, nel tentativo di ritrovare sé stessi prima che il mondo intero ti crolli addosso per sempre.