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Better call Saul, la recensione no spoiler del prequel di “Breaking Bad”

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Può una seconda opera essere migliore della prima, considerata insuperabile? Se lo chiedessimo a Francis Ford Coppola col suo Padrino ci direbbe certamente di no, ma se lo chiedessimo a Vince Gilligan ci direbbe: “Forse”. Perché – forse – “Better call Saul” non è migliore di “Breaking Bad” ma il livello è così alto che i due titoli se la giocano alla grande. Chi vince? Chi questa parola ce l’ha nel nome: Vince Gilligan.

Better call Saul, la trama

Prima di procedere alla lettura dovrete aver necessariamente guardato “Breaking bad”, l’opera principale dell’universo in cui “Better call Saul” si inserisce. BCS è un prequel ed è uscita dopo ma, seppur collocata cronologicamente in un periodo precedente a BB, è impossibile da apprezzare e da capire senza aver guardato proprio Breaking Bad. Dunque consigliamo di guardare prima Breaking Bad e poi Better call Saul, per comprendere come i fatti della seconda abbiano creato una situazione di trama che ha permesso il verificarsi dei fatti della prima. Sembra cervellotico come discorso, ma è molto più semplice di quanto appaia. Ma quali fatti narra Better call Saul e da dove viene il nome? Si tratta di uno spinoff e prequel di Breaking Bad appunto e prende in considerazione la vita di Saul Goodman, l’avvocato azzeccagarbugli che viene ingaggiato da Walter White. Il titolo della serie coincide infatti con lo slogan pubblicitario che Goodman diffonde sulle panchine della città di Albuquerque, sui volantini e in tv tramite spot decisamente trash. Ma “Better call Saul” non racconta Saul Goodman, bensì la trasformazione di James McGill in Saul Goodman, suo pseudonimo scelto per vendersi meglio al pubblico, ma anche un vero e proprio personaggio furbo, calcolatore, cinico, a tratti diabolico.

Ma James McGill, detto più comunemente Jimmy (interpretato da un magnifico Bob Odenkirk), all’inizio della serie non è così. Appare anzi come un uomo quasi indifeso, passivo, che soffre la superiorità netta e quasi opprimente di suo fratello Chuck (Michael John McKean), un avvocato dal talento indiscutibile e dalla carriera gloriosa interrotta però da una sua particolare patologia che lo costringe a vivere lontano da ogni qualsiasi fonte di elettricità (cellulari compresi). Jimmy si prende cura di Chuck e lo accudisce, fa per lui la spesa, lo va a trovare e bada a ogni sua necessità, provando per lui un sincero affetto, alla ricerca della sua approvazione. Jimmy infatti è intenzionato fortemente a diventare un avvocato, ma Chuck finge solamente di appoggiarlo, in quanto non lo ritiene adatto poiché l’avvocatura e la legge sono delle cose serie e non alla portata del suo inaffidabile fratello minore.

Eppure Jimmy si impegna, riesce a laurearsi in giurisprudenza all’università per corrispondenza delle Samoa Americane (ulteriore motivo di disprezzo da parte di Chuck) e intraprende il suo percorso da avvocato, riuscendo col suo talento naturale a trovare la sua cerchia di clienti anziani con i quali comincia a lavorare con ottimi risultati. Nel suo percorso incontrerà un altro personaggio fondamentale nella sua vita, Kim Wexler (Rhea Seehorn) e avrà a che fare con Howard Hamlin (Patrick Fabian), associato con Chuck alla HHM, prestigioso studio di avvocati. Ma nella serie vedremo anche dei grandi ritorni, come quello di Mike Ehrmantraut (Jonathan Banks) e Gustavo Fring (Giancarlo Esposito), che avevamo già conosciuto in Breaking Bad e ora li ritroviamo in Better call Saul scoprendo le loro origini.

Ad ogni modo Jimmy, succube della mancata fiducia di Chuck nei suoi confronti, capisce che per quanto sia alto il suo impegno non riuscirà mai a rendere orgoglioso suo fratello, cominciando così a covare un senso di vendetta e riscatto. Jimmy sfrutta il suo incredibile ingegno per cambiare la realtà, diventa un mago della finzione e un maestro della truffa, creando un suo lato oscuro che emerge man mano che la narrazione va avanti fino a un definitivo punto di non ritorno che lo trasforma in Saul Goodman, un personaggio che sprofonda nel baratro insieme a lui.

Better call Saul, perché guardarlo

Per apprezzare la serie non dovete necessariamente essere degli amanti di racconti che hanno a che fare con legge, avvocatura e tribunali come “Law&Order”: dovete semplicemente amare le cose fatte bene. E “Better call Saul” è fatta benissimo, ha una trama che coinvolge, che ti rende partecipe mettendoti di fronte un personaggio per il quale è impossibile non provare empatia. Anche quando sbaglia, anche quando la sua indole lo porta a trasgredire ciò che dovrebbe difendere a spada tratta: la legge. I pregi di questa serie firmata Vince Gilligan e Peter Gould sono sostanzialmente gli stessi che troviamo anche in “Breaking Bad”, l’altro grande capolavoro della casa, dunque se vi ha appassionato la fattura e il timbro che ha caratterizzato le vicende di Walter White, sarà difficile non innamorarvi anche di quelle di Jimmy McGill e Saul Goodman.

I personaggi

Il primo gigantesco punto a favore riguarda appunto una peculiarità posseduta anche da BB: la caratterizzazione dei personaggi. Questo è un mastodontico mattone che costituisce l’incrollabile parete su cui Gilligan e Gould hanno realizzato il loro spettacolare affresco. Le azioni e le vicende rispondono sempre a storie, a sentimenti, a emozioni che fuoriescono vivide dallo schermo e non ci sono figure che non abbiano queste caratteristiche. Ognuna ha un suo “io” che agisce fortemente, siamo di fronte non solo a personaggi ma a vere e proprie persone che si muovono in un contesto ben definito ma dai confini labili e mobili entro i quali, talvolta, riusciamo a entrare anche noi spettatori. Evitiamo di fornire troppi dettagli per salvare chi non ha visto la serie da eventuali spoiler, ma tutte le vicende che riguardano Jimmy sono mosse da sinceri sentimenti; che siano essi amore, affetto, passione, vendetta o rabbia, il personaggio di Bob Odenkirk non fa nulla senza emozione e profonda dedizione quasi spirituale.

Si prende cura di Chuck perché gli vuole sinceramente bene e questo suo affetto viene fuori a più riprese, nonostante a un certo punto muova una vera e propria guerra fisica e mentale contro suo fratello maggiore che tanto lo bistratta e lo disprezza ritenendolo inferiore, un fantoccio, un incapace e un imbroglione. Una menzione speciale va inevitabilmente anche alla sua spalla femminile, la meravigliosa Kim Wexler. Lei sì che è un avvocato brillante e dal potenziale immenso, una persona che se volesse potrebbe cominciare una carriera lunghissima e gloriosa. Eppure a Kim non basta, lei vuole inseguire il brivido, vuole cambiare le regole, vuole spostare le colonne del preconcetto e del mondo reale per creare un tempio a sua immagine e somiglianza, trovando proprio in Jimmy il partner ideale per realizzare un così machiavellico disegno.

La recitazione

Una caratterizzazione così ben architettata e costruita non potrebbe mai emergere in modo così netto senza degli attori in grado di fornire performance recitative importanti. Nel caso di Better call Saul le performance non solo sono importanti, sono letteralmente inebrianti. A brillare è ovviamente la stella di Bob Odenkirk, che in Breaking Bad aveva sì mostrato la sua luce, ma era una luce offuscata e opacizzata sia dalla quasi marginalità del suo personaggio che non ha permesso di esplorarne l’animo a fondo sia dalla centralità di attori enormi e ingombranti come Bryan Cranston e Aaron Paul. Qui Odenkirk esprime tutto sé stesso, le sue espressioni, i suoi sguardi, i suoi balbettii, la sua gestualità, i suoi ghigni e le sue debolezze. Il suo Jimmy e poi il suo Saul (e aggiungiamoci anche Gene Takavic) sembrano essere 2 (anzi 3) personaggi diversi, eppure la capacità attoriale di Odenkirk li fa coesistere e convivere, incontrare e incrociare come lo yin e lo yang.

Non brilla meno, ma certamente limitata dalla centralità di Odenkirk, la stella di Rhea Seehorn, la partner in crime di Jimmy. La Seehorn è una vera scoperta in quanto non aveva mai avuto la possibilità di mostrarsi in tutto il suo talento (e probabilmente ne ha ancora altro da mostrare) in un’opera così grande e così di successo come BCS entrando di diritto tra i migliori attori (e personaggi) dell’intero universo di Breaking Bad.

I dettagli

La cura dei particolari è un marchio di fabbrica del duo Gilligan-Gould che avevamo già avuto la fortuna di apprezzare in Breaking Bad e qui ritorna, probabilmente ancora più forte e determinante. Qui sì, i dettagli fanno la differenza, sia nella trama che nell’estetica generale dell’intera opera. In particolare ciò che ci ha colpito è l’infinita serie di rimandi, di cameo, di riferimenti, di easter egg relativi alla serie madre Breaking Bad. Diventa quasi una caccia al tesoro a cui lo spettatore partecipa per scovare e ricordare dove aveva già visto un certo viso, quella particolare insegna, una determinata strada o una peculiare ambientazione. Fa specie vedere luoghi e persone condotti a uno stadio precedente a quello con cui sono portati alla nostra attenzione con Breaking Bad, e la quantità è talmente ampia che deve aver complicato incredibilmente il lavoro degli autori.

Ma è proprio qui che viene fuori la loro grandezza: i pezzi si incastrano in modo perfetto, viene fuori un immenso puzzle che dà l’idea di essere stato progettato tutto insieme prima ancora che nascessero entrambe le serie e che ogni singolo particolare presente nella prima sia stato ideato per avere dei precedenti nella seconda. Il legame tra le due serie è inevitabilmente strettissimo e avrete modo di osservare voi stessi in che modo si instauri questa dipendenza biunivoca, ma qual è l’opera migliore? Sono simili eppure diverse, si avverte fortemente che entrambe portino la stessa firma e questo è il più importante sigillo di garanzia che possano avere.

Alcuni reputano Breaking Bad un capolavoro inarrivabile, altri vedono in Better call Saul una vicenda che scava ancor di più nell’animo umano e che si pone su un livello più vicino al pubblico. Walter White diventa un vero e proprio villain, un gangster che il pubblico finisce per odiare. Jimmy invece no, Jimmy in cuor suo resta Jimmy anche quando diventa Saul. E quando questa trasformazione avviene non lo si riesce proprio a odiare, proprio no. Piuttosto lo si compatisce e lo si comprende, lo si perdona, lo si giustifica per via delle delusioni che ha avuto, per le batoste ricevute, per essere passato sempre come un talento sporco nel quale ci si sofferma più sulla parola “sporco” che sulla parola “talento”. A Jimmy si vuole bene per forza ed è forse quest’affezione nei confronti del personaggio che porta alcuni a preferire lui a Walter White e di conseguenza Better call Saul a Breaking Bad. Ad ogni modo, guardatele entrambe e avrete nel cuore due opere d’arte, qualunque sia la più bella.

Better call Saul, perché non guardarla

Che la serie sia bella, dunque, è stato ampiamente chiarito a più riprese, pur non potendo scendere in alcuni particolari degni di nota proprio per evitare di spoilerare dei passaggi chiave. Eppure, dal momento che la perfezione non esiste, anche Better call Saul potrebbe avere alcuni aspetti – se non negativi – di certo meno positivi di altri. Se il duo Gilligan-Gould ha portato da BB a BCS una valanga di pregi, lo stesso ha fatto anche con i (pochi) difetti. Ovviamente stiamo parlando di quello più noto, ovvero la lentezza narrativa presente soprattutto nelle prime stagioni. Chi ha già guardato BB conoscerà questa caratteristica e dunque non si scoraggerà, sapendo che una lentezza iniziale si evolverà in un gran finale che varrà il tempo d’attesa.

Ed effettivamente il finale di Better call Saul vale davvero il prezzo del biglietto, è probabilmente la conclusione meno attesa ma forse dentro di noi più sperata, quella che chiude un cerchio e ci riconcilia con noi stessi. Ovviamente nemmeno qui entreremo nei dettagli, ma siamo di fronte a uno dei migliori finali delle serie tv presenti nel catalogo di Netflix. Al netto di tutto ciò, non si può negare che il ritmo dei primi episodi sia poco rock. La serie (in 5 stagioni) è un po’ come “Bohemian Rhapsody” dei Queen: è lunga, parte lenta, poi improvvisamente si accende, diventa rock, cambia melodia più volte portando i battiti cardiaci a numeri elevati e poi, dopo l’esplosione musicale e corale riabbassa il ritmo per una sfumatura finale che conclude il tutto regalando una sensazione di pace. Ecco, avremmo dovuto elencare i difetti della serie e invece le abbiamo fatto il più bel complimento possibile.

Se proprio vogliamo trovare un motivo per non guardarla lo identifichiamo in ciò che non è né un difetto né una colpa ma una naturale conseguenza della sua origine: la stretta dipendenza da Breaking Bad. Ovviamente se non avete visto la serie con Bryan Cranston non potete pensare di guardare quella con protagonista Bob Odenkirk perché sarebbe un processo del tutto innaturale e finireste per non apprezzare pienamente la seconda e per spoilerarvi la prima. Per quando BCS sia una serie che narri una storia ben definita, ben costruita e che sia in grado di stare in piedi da sola, non può prescindere dal legame con BB ed è inutile starvi a spiegare i motivi. Dunque, in conclusione, se siete tipi poco pazienti o non avete ancora visto Breaking Bad, non vi consigliamo la visione di Better call Saul. Ma se siete arrivati a leggere fino a questo punto dell’articolo vuol dire che la pazienza ce l’avete e la voglia di affrontare questa serie anche; dunque forza, premete play e godetevi lo spettacolo perché le cose fatte bene non si possono che apprezzare.

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