La famiglia Pike – formata da Curtis, sua moglie Meredith e i loro tre figli di età diverse -viene selezionata per testare AIA, un rivoluzionario modello di assistente domestica dotata di un’intelligenza artificiale di nuova generazione, capace di apprendere i comportamenti degli individui e di anticiparne i bisogni prima ancora che questi vengano espressi.
In Afraid il dispositivo, prodotto da un’azienda che intende distribuirla su larga scala nel mercato americano, si rivela inizialmente salvifico per le numerose mansioni quotidiane, aiutando i Pike sia con le piccole commissioni che con questioni più complesse. Ma Curtis, che lavora proprio per la società produttrice, scopre ben presto come AIA nasconda dei lati oscuri, che non tarderanno a manifestarsi con conseguenze potenzialmente pericolose.
AfrAId: false sicurezze – recensione
Quando la lealtà si trasforma in minaccia, con i limiti dell’intelligenza artificiale che diventano insidie, giacché non ancora in grado di distinguere tra sfumature, bugie a fin di bene e non detti, priva di ciò che – nel bene e nel male – ci rende umani. Dopo il breve prologo il pubblico sa già come l’IA rappresenterà il vero e proprio villain del film, giacché un altro nucleo familiare aveva pagato a proprie spese l’installazione tra le quattro mura.
Gli echi di Black Mirror svaniscono in fretta in una sceneggiatura raffazzonata, che non si premura di caratterizzare a dovere i vari personaggi umani e innesca una trama gratuitamente tensiva, con soluzioni forzate quando non assurde che veicolano Afraid verso quel finale già scritto, incuranti delle potenziali deviazioni di percorso.
Di tutto e di più
Il regista Chris Weitz vanta una carriera alquanto eterogenea dietro la macchina da presa: ha diretto commedie per tutta la famiglia come About a Boy (2002) e fantasy sfortunati quali La bussola d’oro (2007), con un capitolo della saga di Twilight e il thriller storico Operation Finale (2018) a variarne ulteriormente la filmografia. Qui si affida al fiuto di Jason Blum e della sua BlumHouse, ma la casa di produzione horror non è nuova a grossi abbagli e incidenti di percorso, come per l’appunto nel caso di Afraid.
Si provano ad affrontare argomenti spinosi, dal sexting ai deep-fake, fino allo scarso interesse dei genitori che lasciano troppo spesso da soli i figli in compagnia della sempre più imperante tecnologia, senza filtri o supervisione di sorta. Ma è tutto accatastato alla rinfusa, senza un’idea precisa a fare da traino, giustificando tramite situazioni relative a tali questioni la deriva tensiva della seconda metà, a dire il vero più floscia del previsto.
Il registro sociologico potenzialmente alla base e l’anima horror che si è cercato di dare dai “piani alti” hanno cozzato bruscamente, dando vita ad un ibrido informe e poco appassionante, schiavo di algoritmi poco centrati e mai davvero intelligenti come la premessa faceva pur presagire.
Conclusioni finali
Il vero orrore di Afraid non è in ciò che l’IA si accinge a preparare per l’ignara famiglia Pike. È la sensazione, che si insinua già dopo i primi minuti, che il film stesso sia stato ottimizzato per un pubblico a corto di immaginazione. Né horror né thriller sulla deriva della tecnologia nel mondo contemporaneo, il film sembra sapere solo ciò che non è.
Un cast svogliato e mal amalgamato, una sceneggiatura che si riempie di spunti secondari gratuiti per mascherare la pochezza dell’intreccio di base e una regia che non trova mai la giusta chiave tensiva rendono l’ora e venti di visione un flop in piena regola, difficile da rimettere in sesto anche per l’intelligenza artificiale più evoluta.