Bambole di Pezza al Festival di Sanremo 2026 con “Resta con me”: “È un inno all’unione contro l’odio. All’Eurovision porteremmo un messaggio contro la guerra”

bambole di pezza

Le Bambole di Pezza, band punk rock italiana tutta al femminile, attiva dal 1997 e celebre per canzoni caratterizzate da testi impegnati su tematiche femministe e di genere, sbarca al Festival di Sanremo per la prima volta, in gara con il brano “Resta con me”. La formazione attuale, consolidatasi nel 2021-2022, vede Morgana Blue (chitarra solista) e Dani Piccirillo (chitarra ritmica) affiancate da Martina “Cleo” Ungarelli (voce), Caterina “Kaj” Dolci (basso) e Federica “Xina” Rossi (batteria).

Festival di Sanremo 2026: Bambole di Pezza in gara con “Resta con me”

“Resta con me è una canzone che parla di sorellanza e dell’importanza di restare uniti nei momenti difficili. Ci siamo rese conto, vivendo insieme questo percorso, di quanto sia fondamentale restare compatte, soprattutto quando si lavora in gruppo — cosa che non è mai semplice. Siamo l’unica band in gara quest’anno al Festival, e questo ci rende orgogliose ma anche consapevoli della responsabilità. Il mondo delle band e del rock sembra un po’ in crisi, ma siamo felici di essere qui a rappresentarlo. Siamo anche orgogliose di essere la prima band femminile su quel palco: è un ruolo che viviamo con impegno e responsabilità”.

Domande alle Bambole di Pezza

Alcuni, dopo i preascolti, si aspettavano da voi un brano più rock, magari uptempo. È stata l’unica canzone che avete presentato? È stata una scelta puntare su una ballad rock? E come è nata la collaborazione con Nesmith?

“Quando abbiamo sentito la canzone finita, con i nostri strumenti e gli arrangiamenti definitivi, abbiamo capito che era quella giusta per Sanremo. È stata una sensazione forte, quasi una manifestazione. Avevamo anche valutato un brano uptempo, ma questa canzone rappresentava meglio la nostra identità. Nesmith è stato bravissimo a cogliere le nostre sfumature e a costruire il pezzo insieme a noi in modo naturale”.

“Le ballad fanno parte della nostra storia fin dal primo disco. Anche se spesso veniamo definite punk o estreme, il nostro genere non è un marchio fisso: è attitudine. È l’essere donne indipendenti, emancipate, determinate. Qualsiasi cosa facciamo diventa “bambolizzata”, perché siamo cinque personalità diverse che si uniscono. E sul palco ci saranno chitarre distorte, potenza. Quello che faremo è rock”.

Come nasce la collaborazione con Cristina D’Avena per la serata cover?

“È stata meravigliosa. Si è mostrata subito disponibile, con uno spirito di sorellanza che ci ha fatto felici. È stata lei a dirci: “Più rock!”. E noi l’abbiamo presa in parola. Porteremo Occhi di gatto, un cartone animato che parla di tre sorelle audaci: ci rappresenta molto. Ci sarà anche una sorpresa che non possiamo spoilerare. Ci piace l’idea di fare una sigla di cartoni animati: è super punk. L’infanzia e il sogno uniscono tutti”.

Il vostro messaggio è anche politico?

“Sì, nel senso più umano del termine. Restare uniti è già un messaggio politico, soprattutto in un momento storico segnato da guerre e conflitti. Parliamo di sorellanza, di umanità, di non disumanizzare gli altri. È un richiamo al valore dell’unione, contro l’odio. Essere cinque donne su quel palco è già un messaggio forte. Non puntiamo il dito contro qualcuno, ma vogliamo creare consapevolezza. Parliamo di parità di genere, di violenza sulle donne, di rappresentazione. Non siamo lì solo per denunciare, ma per costruire dialogo e cultura”.

Il nome “Le Bambole di Pezza” da dove nasce?

“L’idea è della fondatrice Morgana. La bambola di pezza è un oggetto artigianale, cucito a mano, fatto di scarti, di tessuti diversi. Ogni bambola è unica, diversa dall’altra. È l’opposto della bambola di plastica prodotta in serie. Noi siamo cinque “patchwork” cuciti insieme: personalità diverse che creano qualcosa di unico”.

Un commento sulla vicenda Pucci e sul tema censura/contestazione?

“C’è differenza tra censura e contestazione. La censura arriva dall’alto e impedisce di fare qualcosa. La contestazione arriva dal basso, dal popolo, ed è un diritto. Le minoranze, le donne, la comunità LGBT, la black community non sono solo bersagli di battute: sono persone, consumatori, cittadini. Le loro voci vanno ascoltate. Ci dispiace per la sua scelta di non partecipare, ma la contestazione deve restare sacrosanta”.

Se doveste andare all’Eurovision, partecipereste?

“Sì. Empatizziamo con chi ha scelto di non partecipare, ma nel nostro caso la risposta sarebbe positiva. Per noi sarebbe un’occasione culturale. Certo, sappiamo che esistono implicazioni politiche — ad esempio la questione della partecipazione di Israele — ma useremmo quel palco per portare il nostro messaggio contro la guerra e a favore dell’unione. Siamo combattenti dal giorno zero”.

Che ruolo ha per voi il femminismo?

“È una missione. Ci ispiriamo alle donne astronauta, alle calciatrici, alle scienziate. Ci riconosciamo nelle giornaliste musicali che lavorano in un ambiente storicamente maschile. Essere donne in certi ambiti è ancora una sfida. Noi vogliamo rappresentare una donna forte, libera, che fa rock e che può essere un esempio”.

Cosa vi aspettate dal dopo Sanremo?

“Non lo viviamo come un punto d’arrivo ma come un punto di partenza. Qualunque sarà il risultato, la cosa certa sono i concerti. Noi vogliamo suonare dal vivo, ed è quello che faremo per tanti anni”.

Una frase del brano dice: “Ho fatto sogni senza mai chiudere gli occhi”. Cosa significa per voi?

“Significa la gavetta. Anni di porte in faccia, lavori persi, relazioni finite. Sognare senza sapere se riuscirai mai ad arrivare lì. Il giorno in cui abbiamo scoperto di essere a Sanremo mi sono esplose le gomme in autostrada. È stato surreale. Ma ora siamo qui. E questo è il senso di quei sogni a occhi aperti. Qualunque cosa succederà, questo palco farà parte della nostra storia. E noi continueremo a suonare”. 

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