Si intitola “Waterproof”, il nuovo album di Atarde: un progetto musicale che mescola fragilità, ironia e immagini sospese tra nostalgia e quotidianità. In questa intervista il cantautore ci racconta come nasce il disco, il rapporto con il mare e con le proprie insicurezze, il live, i social e il bisogno di restare autentici in un mondo che corre sempre più veloce. Noi di SuperGuidaTv lo abbiamo incontrato e intervistato per voi.
Intervista ad Atarde
Siamo qui con Atarde, benvenuto su SuperGuidaTV. Partiamo dal tuo nuovo album, “Waterproof”: come nasce questo titolo e questo progetto?
“Waterproof” è il primo vero disco che pubblico. In passato erano usciti solo degli EP. Il percorso che mi ha portato a questo progetto nasce da una serie di canzoni accomunate dal tema del mare. In realtà tutto è partito proprio dal titolo: una delle prime canzoni che avevo scritto era “Bonaccia” e dentro c’era una frase con la parola “waterproof”, nello specifico “mi rendo conto che l’umore non è waterproof”. Mi ha colpito subito perché mi sembrava una parola densa, evocativa, quasi iconica. Da lì si è unita all’idea del mare, anche perché io vengo da Ancona, quindi il mare fa parte della mia vita. C’è il mare più artificiale del porto, quello più grezzo e quello più naturale. Ho quindi selezionato alcune canzoni, ne ho scritte altre seguendo questa immagine e ho costruito un concept album che ha come filo conduttore l’acqua e il mare.
Il disco si muove continuamente tra fragilità e leggerezza. Quanto è importante per te raccontare le insicurezze quotidiane?
È fondamentale. Credo che nello scrivere musica sia importante essere fragili e sensibili. L’ispirazione nasce spesso dai pensieri, dalle debolezze e da ciò che ci colpisce ogni giorno. Però sono contento che il disco mantenga anche una leggerezza, perché non voglio che la musica diventi qualcosa di pesante. Facendo pop, mi piace pensare alla musica come a un veicolo capace di trasmettere certe cose in modo naturale e leggero.
Nei tuoi brani ritorna spesso la sensazione di non sentirsi abbastanza. Pensi sia un sentimento molto generazionale?
Sì, ma non credo appartenga soltanto alla mia generazione. Penso faccia parte della storia dell’umanità. Siamo sempre stati chiamati a rispettare aspettative che, anche se non esplicite, ci vengono imposte dalla società e dalla comunità in cui viviamo. È inevitabile esserne influenzati.
Nel disco c’è anche un featuring con Faccianuvola. Come nasce questa collaborazione?
Faccianuvola è uno degli artisti più talentuosi che abbiamo in Italia oggi, secondo me. Ho avuto la fortuna di conoscerlo circa due anni fa grazie a un contatto comune. Gli abbiamo fatto ascoltare una demo di quella che poi è diventata “Oblò” e lui si è dimostrato subito entusiasta di collaborare. In due momenti diversi, a distanza di quasi due anni, siamo riusciti a completare il brano. Sono molto felice perché è il primo featuring della mia discografia e poterlo fare con uno dei miei artisti preferiti è stato davvero speciale.
Hai collaborato anche con Fudasca alla scrittura di alcuni brani. Quanto ti stimola uscire dal tuo universo artistico per entrare in quello di altri?
Per me è una delle cose più divertenti in assoluto. Da nerd della canzone, lavorare anche come autore o musicista per altri è bellissimo. Ti permette di fare qualcosa di diverso e anche di vivere il processo con più leggerezza, perché poi la scelta finale appartiene a un altro artista. Il rapporto con Fudasca è iniziato tre anni fa, quando ha prodotto il mio primo singolo, “L’Home”. Da allora c’è stato uno scambio continuo. È una persona eccezionale e il fatto che mi coinvolga in progetti come quello di Mecna è per me un grande regalo, anche perché sono artisti che ascoltavo già da fan.
Oggi molti artisti sentono il bisogno di “performare” anche sui social. Tu sembri mantenere una dimensione più autentica e personale. È una scelta consapevole?
Credo che oggi un artista debba inevitabilmente scendere a compromessi. Io, però, non sono molto bravo a farlo. Sono nato nel 2001, quindi appartengo alla prima generazione cresciuta con i social, ma paradossalmente mi sento quasi “vecchio” per TikTok. Quando quel linguaggio è esploso, io ero già andato oltre anagraficamente e mentalmente. Instagram, invece, oggi è inevitabilmente la vetrina principale del nostro lavoro. Per questo preferisco pubblicare poco, ma curare ogni contenuto nel dettaglio. Monto personalmente i video, realizzo collage, trailer, cose artigianali e fantasiose. Anche la comunicazione, in fondo, è una parte creativa del lavoro.
Dal Concertone del Primo Maggio ai festival estivi, il live sta diventando sempre più centrale nel tuo percorso. Cosa scopri di te sul palco?
Io mi definisco un “topo da studio”. Mi piace stare chiuso in cameretta a fare canzoni. Però portarle davanti al pubblico è completamente diverso. Piano piano sto prendendo dimestichezza con il live e mi sto togliendo grandi soddisfazioni. Il Concertone del Primo Maggio è stata probabilmente l’esperienza più bella della mia vita. Su quel palco provi sensazioni fisiche difficili da spiegare. È quasi una sensazione di superpotenza. Adesso sto imparando, concerto dopo concerto, a trasformare quell’energia in qualcosa che riesca a portare anche nei live più piccoli.
C’è stato un artista o una canzone che ti ha fatto capire che questa poteva essere la tua strada?
Sicuramente i Twenty One Pilots. Per me sono stati fondamentali. In particolare la canzone “The Judge”, dall’album “Blurryface”. In quel brano usavano l’ukulele e io fino a quel momento non avevo mai suonato davvero strumenti a corda o tastiere. Vedere questo strumento così semplice e affascinante mi ha fatto innamorare. I miei genitori mi regalarono un ukulele e da lì ho iniziato a scrivere canzoni.
C’è qualcosa che ti spaventa di questa professione?
Già definirla una professione è complicato, perché stiamo chiedendo all’arte di produrre anche un guadagno economico. È normale, la società funziona così, ma non è semplice. Io non so se questo progetto artistico diventerà mai il mio lavoro principale. E anche se dovesse succedere, mi chiedo sempre quanto possa durare una carriera artistica: una canzone, un disco, trent’anni? Siamo tantissimi e il mercato è saturo. Per questo il mio obiettivo è continuare a fare musica finché avrò voglia di farla, senza obbligarmi a trasformarla subito in qualcosa che debba necessariamente garantirmi un guadagno.
Domanda finale: oggi Leonardo sente il bisogno di proteggersi da qualcosa? E cosa invece vuole lasciarsi attraversare completamente?
Vorrei lasciarmi attraversare dalle persone. Tendo a chiudermi molto nella mia “conchiglia”, quindi il mio desiderio è quello di farmi contaminare dagli incontri, soprattutto nel mondo della musica. Vorrei conoscere sempre più persone che scrivono, producono, vivono la musica. Per me il momento della scrittura di una canzone è uno dei momenti di divertimento massimo. Da cosa voglio proteggermi? Da tutto ciò che oggi non funziona nella nostra società. E allora penso che rifugiarsi nella propria cerchia di affetti, amicizie e amore sia una forma di protezione importante.









