Dopo il successo dell’album d’esordio “MI PIACE”, premiato nel 2025 con la Targa Tenco come Migliore Album Opera Prima, Anna Castiglia apre un nuovo capitolo del suo percorso artistico con “La paura in tasca”, il secondo disco in uscita il 25 settembre per Numero Uno / Sony Music Italy. Un album che nasce anche dalla necessità di confrontarsi con paure, ansie e aspettative, soprattutto quelle che arrivano dall’esterno ma che spesso finiscono per diventare anche personali. Un tema che emerge con forza anche in “Niente di me”, nuovo singolo in cui la cantautrice siciliana rivendica il diritto di non doversi definire continuamente agli occhi degli altri.
Intervista ad Anna Castiglia
Nell’intervista rilasciata a noi di SuperGuidaTV, Anna Castiglia racconta il significato del titolo del nuovo album, il momento della sua carriera dopo la Targa Tenco e il rapporto con un mestiere che impone una continua evoluzione. Parla delle sue paure, delle aspettative che descrive come “tre sorelle invadenti”, ma anche del rapporto con il pubblico e del suo modo di vivere il palco.
Spazio anche a un tema sempre più centrale nel mondo della musica: l’intelligenza artificiale, tra nuove possibilità creative, interrogativi sul futuro e necessità di trovare un equilibrio. E poi il “La paura in tasca Tour 2026”, con dodici appuntamenti nei club italiani, dove Anna promette di portare ancora una volta uno spettacolo teatrale, ironico e capace di coinvolgere direttamente il pubblico.
Anna Castiglia, bentornata su SuperGuidaTV. Partiamo dal tuo nuovo album, “La paura in tasca”. Da dove nasce questo titolo?
Ciao, intanto grazie. Il titolo nasce dalla canzone “La paura in tasca”. Ho deciso di parlare di questo tema perché ho capito che mi era molto caro. Dopo aver pubblicato il primo album e concluso il tour mi sono ritrovata un po’ spaesata e impaurita rispetto al futuro e a quello che avrei dovuto fare dopo. Le ansie, le aspettative e le paure arrivano soprattutto dopo, anche dopo un lieto fine: ti chiedi “E adesso cosa succede?”.
Da lì ho iniziato ad attraversare molto questo tema, cercando anche di distinguere la paura dall’ansia. La paura è qualcosa di molto interno e personale, mentre l’ansia arriva molto dall’esterno e si evolve con la cultura e con la storia. Basti pensare all’eco-ansia, che prima non esisteva. La paura, invece, è qualcosa che ci portiamo dentro da sempre.
Ho deciso di mettere la paura “in tasca”, di renderla quasi attaccabile, per ridimensionarla. A volte le paure sembrano gigantesche, soprattutto quando le proiettiamo davanti a noi, ma poi possono diventare piccole e persino tenere. Il loro posto può essere anche nella quotidianità: puoi decidere se ogni tanto guardarle oppure buttarle per strada.
Che cosa ti fa paura in generale e che cosa, invece, ti fa paura di questo mestiere?
Mi fa molta paura il cambiamento e la crescita. Crescere implica necessariamente un cambio di situazione, di condizione, di postura, e questa cosa ogni volta mi crea ansia e fatica. Allo stesso tempo, però, è anche quello che desidero. C’è questa ambivalenza che fa assolutamente parte del mestiere.
È un lavoro in cui la crescita e l’evoluzione sono continue. Non puoi mai sentirti arrivata o dire di essere arrivata a un punto definitivo. Questa dinamica mi spaventa perché ti tiene sempre molto attiva e può portarti a seguire alcune dinamiche non sempre sane, come quelle legate ai numeri e all’esibizionismo, che non coincide necessariamente con l’espressione artistica. È probabilmente questa la cosa che temo di più.
In “Niente di me” parli del desiderio di staccare la spina dalle aspettative. Che rapporto hai con le aspettative, soprattutto con quelle degli altri nei tuoi confronti?
In questi mesi ho cercato proprio di identificarle. Le ho anche disegnate sotto forma di tre signore, tre sorelle, un po’ come il Trio Lescano o le Andrews Sisters, che arrivano soprattutto quando devi fare qualcosa di bello e iniziano a metterti in dubbio.
Sono sia aspettative esterne sia interne, perché ci sono anche quelle che ho io nei miei confronti. A differenza della paura, però, le considero più antagoniste che protagoniste. È molto difficile non farci caso: sono tre sorelle davvero invadenti.
Dopo la Targa Tenco e il successo del primo album, che momento stai vivendo della tua carriera?
È sicuramente un periodo molto fertile. Ho appena scritto un altro album e tra poco partirò con il tour, quindi è un momento dinamico. Sono appena uscita da un periodo di stop e questa è un po’ la stagionalità a cui devo abituarmi: ci sono momenti in cui siamo totalmente fermi e altri in cui, invece, giriamo e siamo dentro al turbine delle cose. Adesso sto per entrare di nuovo nel viaggio.
Prima l’argomento più discusso in ambito musicale era l’autotune, oggi invece si parla sempre di più di intelligenza artificiale. Che rapporto hai con l’AI e cosa pensi del suo utilizzo nella musica? E, soprattutto, delle regole che potrebbero essere applicate in concorsi come il Festival di Sanremo?
Penso che ogni cambiamento, storicamente, abbia generato polemiche e schieramenti. Anche l’autotune, magari, era visto come qualcosa di negativo, mentre oggi può essere anche una scelta stilistica, quasi un gusto. Lo stesso è successo con le tastiere elettroniche, che hanno quasi completamente tolto l’uso delle orchestre negli studi. Penso al Mellotron, che riproduceva un’orchestra: inizialmente era soprattutto una questione di comodità, poi è diventato uno stile. I Beatles, per esempio, ci hanno costruito una parte della loro discografia.
Chissà se l’intelligenza artificiale diventerà anche un gusto. Ovviamente è una questione molto diversa, perché si sta parlando anche della possibilità di sostituire delle persone. Già l’introduzione dell’orchestra elettronica significava, in qualche modo, togliere lavoro a qualcuno, ma qui siamo davanti a un livello ancora più ampio e anche un po’ spaventoso, perché non sappiamo ancora bene dove ci porterà.
Per quanto riguarda le regole non saprei dire esattamente quali dovrebbero essere. Sicuramente, se parliamo di un Festival della canzone ma anche del personaggio e della persona, trovo giusto che la canzone sia scritta dalle persone. Se invece l’intelligenza artificiale viene utilizzata in altri modi, non penso ci sia necessariamente qualcosa di male. Bisogna trovare un equilibrio e una tutela.
Sei siciliana di nascita e milanese d’adozione. Che cosa hai preso maggiormente dalle terre e dalle città che hanno accompagnato il tuo percorso?
Ho preso tanto dalla Sicilia, da Torino e da Milano, quindi da tutte le città che ho attraversato. Catania mi ha dato la primissima idea di vita, di mondo e di formazione. Tutto quello che impariamo da piccoli ci rimane per tutta la vita, è come un tatuaggio. Torino, invece, mi ha fatto capire che potevo davvero fare questo lavoro e che non era soltanto un hobby o il “piano B”. Milano è la città del futuro, della conferma e della costruzione. È il luogo in cui sto cercando di costruire un futuro un po’ più solido, spero, anche a livello personale e di casa.
A novembre parte “La paura in tasca Tour 2026”. Come te lo immagini e come vivi oggi il rapporto con il pubblico?
Ho imparato ad avere un bel rapporto con il mio pubblico. Mi piace moltissimo perché vedo che c’è tanta fiducia e tanta gentilezza da parte loro e quindi anch’io sto iniziando a fidarmi e a darmi un po’ di più. Il tour lo immagino sulla scia di quello precedente, quindi sempre con una componente un po’ teatrale a livello di messa in scena, con diversi momenti, quasi degli atti, che lo rendono una sorta di piccolo varietà.
Mi piace tantissimo coinvolgere il pubblico. Parlo molto durante i concerti, scherzo e mi piace guardare le persone che ho davanti. Se potessi farei sempre concerti intimi, perché mi piace vedere chi c’è. Quel pubblico, secondo me, influenza molto l’esibizione: alla fine un concerto è fatto di canzone e reazione, quindi viene costruito insieme a chi ascolta. Il rapporto con il pubblico è fondamentale.
Se dovessi scegliere una sola canzone di “La paura in tasca” da far ascoltare a chi ancora non ti conosce, quale sceglieresti?
Forse “Miró”. È difficile scegliere, soprattutto pensando a una persona che non mi conosce. Probabilmente sceglierei proprio “Miró” perché non è necessariamente una canzone rappresentativa di tutta la mia discografia: è molto diversa anche da cose che ho fatto in passato. Credo però che abbia un suono che può far capire qualcosa in più del mio stile. In questo momento è la canzone che mi rappresenta maggiormente e quella di cui vado più fiera, sia a livello testuale sia musicale.









