Amarga Navidad, l’ultimo film di Pedro Almodóvar – Recensione

Amarga Navidad

Nel 2004 Elsa, regista che ha diretto due film dallo scarso successo commerciale ma diventati di culto, si guadagna da vivere dirigendo spot pubblicitari. Fidanzata con Beau, conosciuto proprio mentre girava una pubblicità di biancheria intima, comincia a essere vittima di attacchi di panico sempre più pesanti, che richiedono l’assunzione di ansiolitici.

Ma come lo spettatore scoprirà quasi subito, in Amarga Navidad la protagonista è in realtà frutto della mente di Raul, esperto cineasta la cui ultima sceneggiatura racconta proprio la storia di Elsa. Un artista in crisi che per attingere idee per lo script non si fa scrupoli nel prendere spunti dalla vita reale, da drammi che riguardano persone a lui vicine. Il corto circuito tra verità e finzione prende così ben presto strade inaspettate…

Amarga Navidad: nel cuore della storia – recensione

Un processo di “vampirizzazione” del dolore altrui che caratterizza il cuore pulsante dell’ultimo film di Pedro Almodóvar, pronto a riversarvi nuovamente esperienze prettamente autobiografiche in un racconto che gioca ancora con connotati metacinematografici e metanarrativi, alla ricerca della dimensione della verità attraverso filtri che si specchiano.

Amarga Navidad vive su una struttura a matrioska capace di interrogarsi continuamente, senza farsi sconti, per indagare i limiti morali della creazione artistica. Cambiamenti in corso d’opera che riflettono sul ruolo dell’autore nell’epoca dello streaming – una sferzante battuta sulle logiche della distribuzione Netflix è quanto mai chiarificatrice del pensiero – e offrono umori e situazioni che chi da sempre ama il maestro spagnolo troverà assai familiari, venate al solito da un velo di nevrotica malinconia.

Dimmi chi sono e ti dirò chi sei

Ci troviamo davanti a una doppia struttura narrativa, qui portata non più in orizzontale ma in verticale, con tanto di scritte che compaiono in sovrimpressione, come a renderci testimoni del processo creativo di Raul. Ma allo stesso tempo anche il personaggio “immaginario” di Elsa prende spunto da ciò che le accade intorno per curare un altro copione, con tutte le conseguenze e le reminiscenze del caso. Un cinema che si insegue, che si autocita, che si fa volutamente ridondante per affrontare situazioni drammatiche portate all’esasperazione.

Tradimenti, lutti, gelosie vengono così impastate e rimescolate, tra esperienze personali (l’incipit prende spunto da un vero attacco di panico avuto da Almodóvar nel 2004) e altre effettivamente accadute ad amici e conoscenti, che hanno portato il regista a chiedersi – come il suo alter-ego – quanto ci si possa effettivamente spingere sfruttando le sofferenze reali per dar vita a opere di finzione. Ne esce così un film per nulla compiaciuto, ma anzi consapevole di non sapere, di porsi dubbi e rimorsi, capace di sfruttare al meglio le interpretazioni di un cast eterogeneo.

Da vecchi e nuovi volti del cinema almodovariano, alcuni storici come Rossy de Palma e Carmen Machi, ad altri più recenti quali Leonardo Sbaraglia, Aitana Sánchez-Gijón e Milena Smit fino a vere e proprie new-entry di lusso come Bárbara Lennie e Vicky Luengo, il cast è centrato ed eterogeneo quanto basta per accompagnarci in intense scene madri e nelle pieghe di un’umanità variegata e frastagliata, messa a nudo tra idiosincrasie e aspri punti di incontro.

Conclusioni finali

In Amarga Navidad Pedro Almodóvar ha il coraggio di trasformare il proprio alter ego, un regista e sceneggiatore in crisi, in una sorta di antagonista della propria stessa opera, pronto a disfarla e demolirla in un gioco di specchi infranti dalle sfumature ambigue. Rubare per creare, con realtà e finzione che si mescolano in un gioco senza scrupoli fatto di bugie e verità.

L’amarezza per la fruizione contemporanea viene affrontata con un film intelligente, solo apparentemente autocompiaciuto ma in realtà ricco di cruda umanità, nel quale bisogna mettersi in discussione in prima persona per trovare il centro di tutto. Un raffinato e avvolgente esercizio metacinematografico che si autointerroga ponendo quesiti allo spettatore stesso, chiamato a immedesimarsi in personaggi che diventano nuovi creatori.