Tornado: una giovane samurai in cerca di vendetta nella Scozia di fine Settecento – Recensione

Tornado

La Scozia del 1790 è il palcoscenico che fa da sfondo alla storia di Tornado, film che racconta la lotta per la sopravvivenza di una giovane ragazza giapponese contro una banda di briganti. Tornado, questo è proprio il nome della protagonista, è la figlia di Fujin, un burattinaio originario del Sol Levante che errabonda con i suoi show nell’Europa settecentesca.

Durante una delle sue ultime esibizioni nelle foreste viene sorpresa mentre aiuta un bambino a fuggire con il bottino rubato alla banda di Sugarman, frutto di un recente colpo alla chiesa locale. Quando i criminali scoprono l’accaduto, ha luogo uno scontro nel quale Fujin viene ucciso a sangue freddo e la novella orfana si ritrova a fuggire in quella brulla natura a lei sconosciuta. Braccata e consumata dal dolore, troverà nella vendetta la ragione per continuare a lottare.

Tornado: generi che si incrociano – recensione

Ricordiamo il regista John Maclean per il solido western Slow West (2015), che omaggiava il genere della frontiera con un aggiornamento efficace, in grado di accontentare sia i puristi sia chi in cerca di qualcosa di nuovo. Lì Michael Fassbender diventava un antieroe memorabile e il paesaggio americano un territorio allegorico di rara potenza.

In Tornado il tentativo è più ambizioso nella premessa, con la ricerca di dar vita a una sorta di jidaigeki nelle Highlands scozzesi del Settecento, e altrettanto discontinuo nell’effettiva realizzazione. L’ora e mezzo di visione infatti, pur non priva di spunti affascinanti, sembra pagare i limiti di un budget e relativa messa in scena decisamente inferiori, che tolgono parzialmente epica e respiro a un racconto che pur ne aveva potenzialmente a palate nelle sue dinamiche narrative.

Volti e sguardi

La scelta di Koki, cantante e modella giapponese figlia d’arte qui al suo esordio assoluto davanti alla macchina da presa, nel ruolo principale era rischiosa ma il suo personaggio funziona, risultando essenziale quanto basta per incarnare l’archetipo della vendetta di stampo classico. E allo stesso tempo la presenza di Tim Roth nelle vesti del villain garantisce quella sana dose di ambiguità a quella nemesi criminale che lei, da straniera in terra straniera, si trova a dover affrontare con ancora maggiori difficoltà, legate alla cultura e alla lingua a lei estranei.

Il film è scorrevole per quanto a tratti appaia come detto eccessivamente minimalista. Maclean è d’altronde un narratore visivo dal talento genuino, e anche quando la sceneggiatura inciampa in sottotrame lasciate in sospeso, flashback poco organici o figure secondarie abbozzate, la regia trova sempre il modo di tenere alta la tensione e l’attenzione attraverso la composizione delle immagini e il ritmo delle sequenze d’azione, con soprattutto l’ultima parte ricca di diverse sequenze suggestive. Anche a dispetto di un climax volutamente trattenuto, che evita di caricarsi di tronfia retorica per mostrare le conseguenze della violenza e di quel sangue che chiama sangue.

Conclusioni finali

Un film che funziona soprattutto grazie a un’estetica al contempo grezza e affascinante, capace di sfruttare il fascino brullo e selvaggio dei paesaggi boscosi. Uno scenario che diventa il teatro di una vendetta non facile ma necessaria, con la giovane figlia di un samurai determinata a ottenere giustizia per la morte dell’amato padre, burattinaio errante in terra straniera.

Con Tornado il regista John MacLean tenta di dar vita a un curioso incrocio tra un western e un jidai-geki, trasportandone atmosfere e suggestioni nella Scozia dove prende forma il confronto tra la protagonista e il magnetico villain interpretato da Tim Roth. Un confronto al centro di un’opera ambiziosa ma imperfetta, che trova una propria identità pur senza riuscire a esprimerne pienamente il potenziale.