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Tides: una Terra da chiamare casa nel film sci-fi – Recensione

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In un futuro imprecisato, la Terra è stata abbandonata da chi poteva permetterselo, che ha trovato rifugio sulla colonia di Kepler-209. Il nostro pianeta era infatti diventato una distesa alluvionale pressoché inabitabile. Anni dopo la loro partenza i coloni hanno scoperto di essere diventati sterili, con l’esposizione prolungata alla stella di Kepler che ha compromesso le loro capacità riproduttive, condannando la specie all’estinzione.

In Tides Louise Blake è un’astronauta che viene incaricata di una missione sulla Terra allo scopo di verificare se le condizioni atmosferiche siano di nuovo compatibili con la sopravvivenza umana. La sua navicella si schianta all’atterraggio e Louise si ritrova sola, in balia dei “Muds“, i superstiti che ancora abitano quelle lande aspre e sabbiose e hanno dato vita una civiltà galleggiante e primitiva.

Tides: in cerca di un nuovo domani – recensione

Tim Fehlbaum, regista svizzero-tedesco qui al suo secondo lavoro dietro la macchina da presa dopo dopo l’apprezzato esordio post-apocalittico con Hell (2011), ha scelto di girare l’intero film senza ricorrere al green screen: le distese di fango melmoso e le paludi che compongono la Terra del futuro sono reali e si trovano coste germaniche dello Schleswig-Holstein.

Nella costruzione del paesaggio e nella fotografia di Markus Förderer, già collaboratore di Roland Emmerich e qui capace di trasformare una distesa di fango grigio in un panorama inquieto e ribollente, il racconto trova il suo principale punto di forza. Non ci sono i cromatismi saturi delle produzioni hollywoodiane, né la pulizia digitale che appiattisce spesso le immagini del genere rendendole tutte uguali: la Terra di Tides è una superficie opaca, con carcasse arrugginite che emergono in mezzo al nulla e uomini e donne che vivono allo stato brado.

Pro e contro di un mondo da salvare

Una scelta ben precisa che vuole rende il palcoscenico ambientale elemento chiave e palpabile della narrazione, con il fango, l’acqua e il freddo a rispecchiare i turbinii emotivi dei personaggi che in esso si muovono. Una scelta di indubbio fascino che non viene però ampiamente sfruttata dalla sceneggiatura, al punto che Tides in diverse occasioni smarrisce il senso di ciò che voleva raccontare, affidandosi più alle suggestioni poi inespresse che ad effettive risposte risolutive.

La sceneggiatura introduce il legame tra i Muds e i coloni di Kepler come una sorta di specchio del colonialismo storico ma poi tratta questa dinamica in maniera superficiale, più come sfondo che come motore narrativo, finendo per affidarsi nell’ultima mezzora a un impianto che guarda ai thriller d’azione convenzionali e getta all’ortica i potenziali spunti introspettivi avviati nella prima parte.

Un peccato anche per via del buon impegno da parte del cast, con Nora Arnezeder che porta a Louise una presenza fisica convincente e determinata, trovando nella parimente incisiva ambiguità di Iain Glen – il Jorah Mormont di Game of Thrones – l’ideale contraltare. A conti fatti Tides sa di quindi di occasione mancata, seppur carico di spunti.

Conclusioni finali

Un’operazione esteticamente ambiziosa e affascinante, non supportata a dovere da una sceneggiatura che introduce numerosi spunti senza poi approfondirli davvero. Eugenetica, colonizzazione spaziale, cambiamento climatico, lotta tra ricchi e poveri e così via: Tides ha molte idee ma le smarrisce in una seconda metà che non arriva da nessuna parte.

Il suggestivo contesto scenografico, reale e non costruito artificialmente tramite green screen o massicci effetti digitali, diventa palcoscenico per un viaggio di scoperta, con una volta tanto il nostro stesso pianeta a essere paradossale mondo alieno per quell’umanità fuggita e forse ora finalmente pronta a far ritorno a casa.

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