Mahin è una vedova settantenne che vive sola in una casa nella periferia di Teheran, trascorrendo le sue giornate tra la cura dell’amato giardino, le videochiamate con la figlia trasferitasi all’estero e le visite di un gruppo di amiche sue coetanee con cui condivide, tra una battuta e l’altra, la constatazione che la vita è ormai avara di sorprese.
Un giorno la protagonista de Il mio giardino persiano si convince che è il momento per lei di cercare qualcuno con cui poter condividere gli ultimi anni della sua esistenza. In un locale per pensionati incontra Faramarz, tassista divorziato ed ex-soldato, un uomo che ha smesso da tempo di aspettarsi qualcosa di nuovo. Mahin decide di “buttarsi” e di invitarlo a trascorrere la serata in casa sua, per quello che sarà un incontro indimenticabile e ricco di situazioni inaspettate.
Il mio giardino persiano: incontro di anime – recensione
Una conversazione che costruisce mattone su mattone qualcosa che nessuno dei due protagonisti sa ancora come chiamare. L’ora e mezzo di visione de Il mio giardino persiano è costruito su una premessa semplice ma drammaticamente efficace e densissima, nel quale si rispecchiano vizi e contraddizione dell’Iran di oggi, un Paese quanto mai “spaccato” e teatro negli ultimi mesi di vicende che tutti tristemente conosciamo.
Significativa la scena nella quale Mahin ha un’accesa discussione con degli agenti della polizia morale, che stavano rimproverando una giovane ragazza al parco per via del suo look. Vecchio e nuovo che si incrociano, ma che dimostrano la solidarietà femminile in un ambiente fondamentalmente patriarcale nelle sue fondamenta, accecato dal fanatismo religioso.
Scelte coraggiose
La coppia di registi formata da Maryam Moghaddam e Behtash Sanaeeha aveva già ricevuto il divieto di viaggiare dalle autorità iraniane prima ancora che il film arrivasse al Festival di Berlino, dove non poterono quindi presentarsi di persona, per poi essere condannati – pena sospesa in condizionale – con accuse che includevano propaganda contro il regime, violazione delle leggi islamiche e diffusione di “libertinismo”. Un film che diventa quindi un manifesto di coraggio e che ricorda le simili esperienze vissute dal più famoso collega e connazionale Jafar Panahi, anch’egli recentemente costretto a un periodo di detenzione dopo il suo ritorno in patria.
Ed ecco che Il mio giardino persiano diventa perciò un film ancora più importante, capace di catalizzare non soltanto istinti sociali ma anche una profonda umanità nel cuore della sua storia. Una notte che dura un’eternità, sospesa tra dolcezza e amarezza fino a quell’epilogo che si tinge quasi di sortite da black comedy, che fa del racconto un apologo esistenziale di rara lucidità, capace di commuovere e far riflettere in egual misura con notevole intelligenza.
Conclusioni finali
Il mio giardino persiano unisce istanze popolari, mettendo al centro una coppia di anziani prossimi a riscoprire l’amore, con un marcato istinto autoriale pronto a scavalcare linee rosse e mettere a nudo le idiosincrasie del regime iraniano e il sacrificato ruolo della donna. Lo fa attraverso la sensibilità di una commedia senile e nostalgica, intrisa di malinconia per una gioventù nella quale almeno la libertà femminile era maggiormente tutelata, pur in una società parimenti divisa.
La coppia di registi, che ha pagato con pesanti condanne il proprio approccio critico, intercetta al meglio umori ed emozioni, grazie anche alla straordinaria coppia di protagonisti interpretati da Lily Farhadpour ed Esmail Mehrabi. Per un film che profuma di realtà, tra vicine ficcanaso e le ingerenze della polizia morale, e che dice molto, nella sua semplicità, sulla società iraniana contemporanea.