The Last Scene, il melodramma turco tra lacrime e profezie – Recensione

The Last Scene

Selen è una sceneggiatrice che possiede una capacità tanto straordinaria quanto pericolosa: tramite i sogni è infatti in grado di percepire in anticipo alcuni eventi destinati ad accadere ad altre persone. Per anni ha sfruttato questo “dono” a fin di bene, ma per la protagonista di The Last Scene tutto cambia quando una notte sogna la propria morte e un uomo che tenta di salvarla. Per la prima volta il futuro non è qualcosa che Selen può cambiare da lontano, ma una minaccia che incombe direttamente sulla sua stessa vita.

L’uomo che le è apparso in suddetta, profetica, visione onirica è Kemal, uno stuntman che lavora per la sua stessa casa di produzione e con il quale scatta una reciproca sintonia. La donna decide di sfruttare il tempo che le resta per cercare di evitare quella nefasta previsione, individuando gli indizi e i luoghi dove potrebbe accadere e così forse impedirla. Ma come scoprirà ben presto, non sarà così semplice ingannare il destino.

The Last Scene: sino all’ultima scena – recensione

Il film parte da un’idea che avrebbe potuto tranquillamente dar vita a un thriller soprannaturale, una sorta di aggiornamento più o meno libero di certe dinamiche alla base di un cult come The Butterfly Effect (2004), con tanto di rimandi al sacrificio e alla perdita quale materiale emotivo dalla verve prorompente. E invece questa produzione turca si inserisce nel filone più commerciale della scena nazionale, ovvero il melodramma romantico ad alto tasso di commozione, sprecando così i pur discreti spunti insiti in sceneggiatura.

Tutta la riflessione sul libero arbitrio, sul rapporto tra il fato avverso e la scelta individuale e persino sulla natura stessa dell’amore viene meno in quel finale dove The Last Scene si lascia andare alla verve più tragica, strizzando l’occhio a quel target di riferimento che prima di tutto vuole commuoversi, costi quel che costi. Il fantastico lascia così spazio alle lacrime, puntando sugli elementi di contrasto tra una protagonista ossessionata dal controllo e da un futuro che lei dà per certo e un uomo che, all’opposto, vive nel presente, giorno per giorno.

Opposti che si attraggono

Quando i due si incontrano, non nasce soltanto un legame affettivo, relativamente classico almeno nelle sue dinamiche base. Ma si sviluppa anche, o meglio soprattutto, un vero e proprio scontro tra due filosofie esistenziali apparentemente inconciliabili. Non è un caso che il punto di attrito, di potenziale non ritorno, sia esattamente in quell’incomunicabilità tra le diverse aspettative, tra chi è pronto a guardare a un domani insieme e chi sa già che quel domani non potrà mai esistere.

La storia di The Last Scene, ideata da Sema Ergenekon – autrice televisiva nota per la popolare serie Segreti di famiglia – ha qui un’intuizione molto chiara e leggibile, che avrebbe dovuto essere colta con maggior coraggio piuttosto che limitarsi a una reiterazione di cliché romantici a buon mercato, con tanto di colonna sonora infarcita di ballate pop più o meno melanconiche ad aumentare l’intensità di scene madri e non.

Hilal Altınbilek – star di Terra Amara – interpreta una Selen che non è semplicemente una donna spaventata dall’idea della morte, ma una persona che ha cominciato a temere la sua capacità uniche. Cogliere l’attimo, godere il momento diventa così imperativo, soprattutto ora che l’anima gemella sembra aver fatto capolino nella sua esistenza, ignara del suo dono che è anche una condanna.

Conclusioni finali

Chi vincerà tra il destino e l’amore? Lo spettatore di The Last Scene lo scoprirà in un epilogo ad alto tasso di emozioni, una resa dei conti tra le antitetiche visioni dei protagonisti. Lei in grado di vedere il futuro, lui determinato a vivere nel presente, in un legame che si complica inevitabilmente quando tragiche profezie si affacciano minacciose all’orizzonte.

Un film che avrebbe potuto trasformare la propria idea di base in qualcosa di affascinante si limita a un compitino, nella scia dei più canonici melodrammi di produzione turca pensati per il grande pubblico. E se qualche discreto spunto riesce a scalfire con efficacia le difese lacrimali di chi guarda, il rammarico resta per un quadro generale che, considerato il potenziale, avrebbe meritato ben altro coraggio.

Avatar for Maurizio Encari
Appassionato di cinema fin dalla più tenera età, cresciuto a pane (anzi focaccia, da buon genovese) e classici hollywoodiani e scoperto, con il trascorrere degli anni, il fascino di cinematografie più sconosciute e di nicchia. Amante della Settima arte a 360 gradi, senza restrizioni geografiche o temporali di sorta, scrivo nel settore su svariate testate da quasi quindici anni, dopo una precedente esperienza nell'ambito della critica musicale. Con un debole per il tennis (primo estimatore di Roger Federer), il rock dalle sonorità più estreme a quelle più leggere e cantautoriali, e la birra artigianale, perché una buona pinta, insieme a un film, ci sta sempre bene.