C’è sempre qualcosa che va oltre la logica nel voler andare là dove nessuno è mai stato prima, per conquistare una vetta che continua a ricordare all’essere umano quanto sia piccolo di fronte all’immensità della natura. The Last First: Winter K2 è un documentario che ci racconta la genesi di una tragedia, partendo da quella che avrebbe dovuto essere l’ultima grande impresa dell’alpinismo moderno, ovvero raggiungere la cima del K2 nei mesi invernali, per trasformarla in una riflessione sull’ambizione.
Il regista Amir Bar-Lev non ha realizzato soltanto un’opera sulla montagna, quasi imperdibile per gli appassionati, ma ci ha accompagnato a scoprire un microcosmo nel quale sono confluiti nazionalismo, business, logiche da social media e differenze sociali, tutti elementi che in questo improbabile e mal amalgamato mix hanno condotto ai drammatici eventi, mostrati quasi senza filtri nel corso dei cento minuti di visione.
The Last First: gli ultimi saranno i primi? – recensione
Nel gennaio del 2021 il K2, la vetta pakistana già rinomata per la sua difficoltà estrema, divenne il traguardo di una spedizione guidata dall’alpinista islandese John Snorri Sigurjónsson, affiancato dagli esperti pakistani Muhammad Ali Sadpara e da suo figlio Sajid. L’arrivo al campo base di Nirmal “Nims” Purja, famoso alpinista nepalese in compagnia di una squadra di sherpa determinata a riuscire per primi nella scalata, anche per una questione nazionalista e di riscatto della relativa etnia, sempre relegati a ruoli di supporto, cambiò tutto.
Il numero di scalatori vide aggiungersi anche ricchi clienti di spedizioni commerciali con livelli di esperienza non propriamente eccellenti, oltre alla troupe di un regista interessato a raccontare in prima persona le fasi della conquista. Quella che avrebbe dovuto essere un’impresa per pochi eletti si era così trasformata in un battage mediatico non da poco, andando a complicare inevitabilmente le cose fino a un epilogo che nessuno poteva aspettarsi.
Nel cuore della vicenda
Il principale punto di forza di The Last First: Winter K2 sta soprattutto nell’enorme quantità dei filmati raccolti, potendo contare sulle riprese realizzate dagli stessi diretti interessati tramite videocamere personali, passando per le immagini del regista Elia Saikaly e altre ancora. Il film non ha quindi bisogno di ricostruzioni spettacolari più o meno fittizie, in quanto è già in possesso del materiale originale, riuscendo a restituire la sensazione fisica di quanto effettivamente accaduto in quei luoghi impervi, circondati da una fitta coltre bianca e dove il gelo può trasformarsi in un pericolo potenzialmente mortale.
Il vento che ulula, il ghiaccio scivoloso, quelle pareti verticali immense che si stagliano all’orizzonte rendono quei corpi dei minuscoli puntini dispersi in mezzo al nulla, trasformando il paesaggio in qualcosa di vivo e pulsante, quasi minaccioso nella sua perenne, apparente, immobilità.
Come detto il racconto convince quando oltre al puro agonismo, alla ricerca di raggiungere la vetta per orgoglio o ostinazione, si inseriscono dinamiche che indagano sulla società odierna: dall’ossessione per i social network al pensare che i soldi comprino tutto, dall’ingerenza dei governi e delle grandi compagnie a rivalità più o meno accese, in un crescendo di tensione emotiva poi culminato in quell’evento clou che viene rivisitato senza inutile, gratuita, retorica.
Conclusioni finali
Quando si muove tra prospettive spesso contraddittorie, il documentario trova la forza per raccontare altro oltre alla pura missione di questo variegato gruppo di scalatori, destinati o meno a raggiungere la cima della seconda vetta più alta del mondo. Tra interviste ai sopravvissuti o ai familiari e quei filmati che restituiscono dall’interno quanto accaduto, The Last First: Winter K2 possiede una notevole intensità drammatica, andando oltre la semplice cronaca.
Pur cercando di non svelare del tutto l’epilogo – ma chi ha seguito i telegiornali qualche anno fa sarà probabilmente già a conoscenza di quanto accaduto – l’approccio da true crime potrebbe risultare a tratti rischioso, ma l’impatto delle immagini, in quel paesaggio incontaminato che fa da teatro alla vicenda, restituisce subito l’idea di quanto l’uomo sia infinitesimale di fronte alla possanza della natura.