David è un padre premuroso che, dopo aver lasciato il figlio dalla suocera, si dirige verso l’ospedale dove la moglie sta per dare alla luce il loro secondo bambino. È alla guida della sua auto quando, all’improvviso, all’interno di un parcheggio, un uomo dai capelli rosso fuoco e vestito con un appariscente completo scarlatto si materializza nell’abitacolo e gli punta una pistola alla tempia. Lo sconosciuto pretende che David lo accompagni in un luogo non specificato, ignorando le suppliche e le richieste di spiegazioni.
In Sympathy for the Devil, quello che inizia come un sequestro in piena regola si trasforma in un viaggio sempre più surreale attraverso i sobborghi di Las Vegas. Il Passeggero alterna momenti di apparente cordialità a esplosioni di violenza incontrollata, che coinvolgono anche altre persone incrociate in quella notte infernale. David cerca disperatamente di capire cosa voglia da lui, ma ogni tentativo di comunicazione sembra destinato al fallimento, fino a quando le cose non cominciano a farsi più chiare.
Diavoli e santi – La Recensione
Ci troviamo davanti a un vero e proprio film-veicolo per sfruttare al meglio l’istrionismo di Nicolas Cage, un’operazione costruita interamente o quasi attorno alla presenza scenica dell’attore e al suo ormai iconico over-acting. Su una premessa che sembra ricondurre inizialmente a un grande cult come Collateral (2004), si innesta una trama dove nulla è come sembra, giocata sul ribaltamento dei ruoli e su quel colpo di scena che nella parte finale ribalta parzialmente le carte in tavola, adducendo infine genesi e motivazioni.
L’ora e mezza di visione si concentra sul rapporto conflittuale tra i due protagonisti, con Joel Kinnaman nei panni dell’autista apparentemente innocente e sottomesso. È una battaglia psicologica senza esclusione di colpi, destinata a una resa dei conti più amara del previsto.
Nel cuore del male
Come abbiamo detto il tutto è stato concepito fin dall’inizio come showcase per Cage, qui in modalità senza freni. L’attore, che ha fatto della sua imprevedibilità un marchio di fabbrica capace di salvare produzioni altrimenti mediocri, si diverte – e noi con lui – a interpretare l’ennesima variazione del personaggio sopra le righe. La sua è una presenza scenica che oscura letteralmente il resto, al centro di scene madri ad alto tasso di tensione che rappresentano poi il fulcro di una narrazione altrimenti a rischio monotonia.
La scelta di non dare nomi propri ai personaggi – che sono semplicemente “il Guidatore” e “il Passeggero” – funziona in chiave metaforica: il conflitto tra i due che prende derive sempre più esistenzialiste, arrivando a incarnare con anima pulp e grottesca, vagamente mefistofelica, il significato più puro della vendetta e della punizione.
La Las Vegas notturna diventa così un palcoscenico urbano infernale, illuminato da luci al neon e giochi cromatici suggestivi. Il montaggio mantiene un ritmo sostenuto senza scadere nella frenesia, lasciando ribollire sensazioni e vibrazioni di una storia che, pur nelle sue imperfezioni, ha una personalità accattivante e sfrutta al meglio le potenzialità del cast a sua disposizione.
Conclusioni finali
Un luciferino Nicolas Cage è l’incubo con il quale si trova a che fare l’autista di Joel Kinnaman, in un serrato confronto a due destinato a svelare verità e tragedie in una notte senza fine tra le strade di Las Vegas. Sympathy for the Devil, un titolo che già dice molto, è un film che vive sull’irresistibile over-acting del suo villain, capace di coprire qualche passaggio a vuoto di una sceneggiatura che a tratti rischia di farsi ridondante.
Il regista Yuval Adler si muove con dimestichezza in questo gioco a incastro, ambientato per buona parte all’interno dell’abitacolo e popolato da scene madri dalla verve punk. Anche quando emerge l’impressione di un esercizio di stile, la breve durata e il montaggio rapido assicurano che il divertimento prevalga sulla noia.









