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Summer in Red: un thriller spagnolo che denuncia senza graffiare – Recensione

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Madrid, estate 2010. La Spagna è in delirio per i Mondiali sudafricani e il Paese sembra sospeso in un’euforia collettiva destinata a diventare trionfo. È in questo contesto già di per sé assai complicato che la commissaria di polizia María Ruiz si trova a dover investigare su un delitto apparentemente inspiegabile. In Summer in Red infatti il cadavere di un giovane dall’identità sconosciuta getta le forze dell’ordine nel panico.

Non vi sono piste apparenti, potenziali moventi e soprattutto manca lo straccio di un indiziato. Nel corso delle sue indagini, María troverà la collaborazione fondamentale dell’esperto giornalista Luna, in crisi per via dell’ingerenza del digitale nel suo lavoro. Insieme scopriranno qualcosa di inquietante che la Chiesa spagnola, colpevole nella sua omertà, sta cercando di nascondere ad ogni costo.

Summer in Red: dalla carta allo schermo – recensione

Ci troviamo davanti all’adattamento dell’omonimo romanzo di Berna González Harbour, giornalista e scrittrice che con questo libro ha inaugurato una saga dedicata alla commissaria Ruiz: un’operazione a prova di grande pubblico letterario, che coniuga la tradizione del poliziesco nazionale con un’urgenza quasi documentaristica, affrontando un tema spinoso e scomodo quale la piaga degli abusi sessuali nella Chiesa Cattolica spagnola.

Questa trasposizione poteva quindi contare su un materiale di partenza potenzialmente esplosivo, ma non tutto è andato nel migliore dei modi. Inevitabili sono i paragoni con un’altra pellicola simile come il magnifico Che Dio ci perdoni (2013), e nel confronto Summer in Red – titolo internazionale con cui il film è disponibile su Prime Video – ne esce con le ossa rotte. Vuoi per via di una messa in scena che sembra avere più a che fare con le logiche televisive che con il cinema, vuoi per una narrazione che, almeno su schermo, non riesce a intercettare la necessaria tensione di genere.

Un film tra due mondi

La regista catalana Belén Macías non sa bene cosa vuole realizzare, se un thriller poliziesco pronto a seguire derive strutture narrative collaudate o un’operazione di denuncia, che però avrebbe necessitato di maggior peso e sostanza per risultare effettivamente incisiva. Ed è un peccato perché a tratti Summer in Red riesce a costruire un’atmosfera piacevolmente densa e torbida, tra flashback e segreti che pongono anche lo stesso villain sotto una nuova ottica.

Madrid è teatro caldo e (ri)bollente e la claustrofobia degli ambienti ecclesiastici, chiusi e pronti a tutto pur di mantenere un’aura di rispettabilità, riescono a infondere un minimo di suspense drammatica, anche se come detto non si affonda mai con la necessaria cattiveria in certi ambiti, forse anche per via delle potenziali reazioni in una nazione fortemente religiosa come la Spagna.

Il problema principale risiede nella costruzione e relativa gestione dei personaggi, che si muovono su schemi funzionali senza vivere di vita propria. María Ruiz è una figura interessante sulla carta ma non viene sviluppata appieno, con la sua dimensione privata che rimane un accenno. Tanto che Summer in Red avrebbe forse funzionato meglio in un adattamento seriale, format ben più in voga per trasposizioni di questo tipo e più consono, soprattutto se dietro la macchina da presa non siedono registi-autori in grado di elevare realmente il materiale di partenza a cinema di qualità.

Conclusioni finali

Un film che non riesce a lasciare il segno e che avrebbe funzionato meglio come pilot di una serie tv. Nei cento minuti di Summer in Red, adattamento del primo romanzo di una saga poliziesca, troppe cose rimangono nell’ombra e il solo, complesso, caso affrontato dalla protagonista si regge su una tensione intermittente, tra eccessi e timidezza.

La denuncia sociale è presente ma ha paura di sporcarsi le mani – si parla di abusi coperti dalla Chiesa – ed è inesorabilmente annacquata nella meccanica procedurale, con una progressione lineare che toglie mordente a un caso che nei suoi snodi principali avrebbe avuto molto di imprevedibile. E così il racconto e i suoi personaggi restano vittime di una sceneggiatura più interessata a far avanzare il plot che a concedere loro un effettivo respiro.

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