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Stormen, una commedia corale svedese che non convince del tutto – Recensione

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Un gruppo di personaggi strampalati bloccati sotto lo stesso tetto, con una tempesta di neve che li costringe a una convivenza forzata più lunga del previsto, durante la quale verranno alla luce scheletri nell’armadio, ingombranti o meno che siano. Una premessa dal taglio classico, già sfruttata con successo dalla giallistica, è al centro di Stormen, commedia nera svedese che mette in scena un’umanità quanto mai variegata, alle prese con situazioni sempre più paradossali, in quella che si potrebbe definire la tipica tempesta prima della quiete… o forse no?

Stormen: amici per caso o per necessità – recensione

Filip e sua moglie Caroline hanno da poco acquistato un lussuoso chalet di montagna e, per l’inaugurazione, hanno deciso di invitare alcuni dei loro amici più cari. L’occasione è quella di festeggiare i quarantacinque anni del padrone di casa, ma dietro il compleanno si cela anche una proposta d’affari per finanziare proprio quella nuova attività, destinata a caratterizzare le ore successive, in quella che si prospetta una cena elegante tra commensali appartenenti a una fascia sociale elevata.

Il gruppo è, come detto, piuttosto peculiare, e ognuno si ritrova alle prese con manie più o meno invasive che non tarderanno a venire a galla nel corso della serata. Sarà l’inizio di una serie di situazioni sempre più assurde e grottesche, all’insegna di una tragicommedia degli eccessi dove il peggio è sempre dietro l’angolo.

Questione di feeling

Vecchi amici che forse non sono poi così amici, rivalità mai del tutto sopite e una riunione destinata a trasformarsi progressivamente in un vero e proprio disastro collettivo. Stormen sfrutta un meccanismo classico della commedia corale, innescando una girandola di equivoci, battibecchi e tradimenti che portano alla luce brutture più o meno assortite, prendendo di mira quella borghesia che pensa unicamente a salvaguardare la propria immagine, impietosamente smantellata dalla cinica sceneggiatura.

Un gioco che a tratti funziona, ma che paga dazio quando sacrifica potenziali spunti più profondi in favore di una farsa relativamente fine a se stessa, tra cagnolini che volano via nella tempesta, il sesso quale motore imperante e droghe assunte senza cognizione di causa che, complice l’alcol che scorre a fiumi, trasformano il tutto in un’improbabile «notte da leoni» in salsa nordica.

Come detto, l’idea di fondo era ricca di potenzialità, pronta sulla carta a sbeffeggiare il conformismo di quei ricchi fuori e vuoti dentro, ma la regista Josephine Bornebusch, che figura anche nel corposo cast, non trova la stessa ispirazione del precedente lungometraggio, il più riuscito melodramma familiare Let Go (2024). Qui si affida invece a soluzioni risapute, alla ricerca di una risata facile e scontata, finendo per sprecare la satira intrinseca.

Conclusioni finali

Un cast corale, una serie di personaggi che si smarriscono tra vizi e brutture, in uno chalet isolato dove una violenta tempesta di neve impedisce loro di sfuggire a quella convivenza forzata e sempre più problematica, tra alcool e stupefacenti a complicare il tutto.

Ma di stupefacente, in Stormen, vi è poco o nulla: per cento minuti il film si limita a riciclare, più o meno apertamente, modelli migliori, nonostante qualche gag divertente faccia capolino qua e là. Quando la farsa satirica prevale sul demenziale puro, emerge qualche spunto interessante; nel complesso, però, l’opera resta troppo timida e preferisce affidarsi a soluzioni tanto semplici quanto innocue.

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