Uscito nel 1984, This Is Spinal Tap non è stato soltanto un film divertente, ma bensì un’operazione che aveva ridefinito le regole del mockumentary prima che il genere avesse un nome, inventando al contempo un dizionario di riferimenti culturali che ancora oggi si usano in contesti del tutto distanti dalla satira del rock (“questo arriva fino a undici“), e aveva convinto decine di musicisti professionisti di stare guardando un documentario vero e proprio, incentrato su un gruppo reale.
Realizzare a quarant’anni di distanza un sequel di un’operazione simile era un progetto quanto meno rischioso, con gli stessi tre protagonisti alle soglie della vecchiaia pronti a imbracciare nuovamente borchie e chitarra. Ma Spinal Tap II: La fine è solo l’inizio si è rivelata una scommessa vinta, tingendosi inoltre di postuma amarezza in quanto è l’ultimo film diretto e interpretato dal regista Rob Reiner, prima della tragica pagina di cronaca nera che ha segnato la sua prematura scomparsa lo scorso dicembre.
Spinal Tap II: La fine è solo l’inizio, oppure no? – La recensione
La trama è piacevolmente esile quanto l’originale. Il documentarista Marti DiBergi, lo stesso Reiner, scopre che i tre membri originali degli Spinal Tap stanno conducendo vite separate e agli antipodi: tra chi gestisce una bottega di formaggi e chitarre in piccoli paesini inglesi a chi compone musiche per i menu telefonici del servizio clienti e chi ancora dirige il museo della colla a Londra.
Il pretesto per la reunion è l’eredità di un contratto scoperta dalla figlia del loro defunto manager Ian Faith, con il concerto che si terrà a New Orleans, in un’arena resasi disponibile all’ultimo minuto. Ma far tornare la sintonia tra i membri della band, divisi da vecchi attriti e rancori, e rimetterli in forma musicalmente prima di quell’evento celebrativo non sarà per nulla semplice…
Dietro la genesi di un ritorno
Il contesto storico dietro al franchise merita una premessa: Reiner e gli attori Christopher Guest, Michael McKean e Harry Shearer avevano perso i diritti sui personaggi che avevano creato, intrappolati in dispute legali. E il vederli tornare a poter metter mano a quegli alter-ego costruiti con così tanta passione è l’elemento più genuino e commovente del film, capace di superare i pur diversi limiti di scrittura di un capitolo due che a tratti si adagia eccessivamente sulla propria anima nostalgica.
L’anima demenziale funziona ancora egregiamente, con quell’omaggio al contempo parodia degli archetipi del mondo rock che permea Spinal Tap II: La fine è solo l’inizio dal prologo all’epilogo. In una narrazione che per buona parte si risolve in sala prove, dove hanno modo di fare la loro comparsa anche guest-star musicali d’eccellenza: due di queste sono clamorose, ma non sveleremo di più per non rovinarvi la sorpresa, incluso quel finale all’insegna della pura esagerazione, su un palco che diventa incandescente.
Indubbiamente l’intera operazione vive e sopravvive in forma di fan service, offerto con affetto e malinconia da chi ha loro dedicato anima e corpo, pronto qui a rimettersi in gioco per un’ultima volta, per uno show che chiude, probabilmente, il cerchio per sempre.
Conclusioni finali
Rob Reiner riunisce i tre Spinal Tap sopravvissuti per un nuovo film a quattro decenni di distanza dall’originale, in una trama che li vedrà impegnati in un concerto reunion a New Orleans. Il sequel del film che ha inventato il mockumentary moderno è all’insegna della nostalgia, e non poteva essere altrimenti date le premesse.
Spinal Tap II: La fine è solo l’inizio si carica sulle spalle l’inevitabile peso di un’eredità culturale troppo ingombrante e figlia degli anni Ottanta, rendendo l’impresa di aggiornare personaggi iconici e situazioni cult a dir poco improba. Eppure l’affetto e l’impegno con cui gli interpreti originali rientrano nei loro farseschi personaggi sopra le righe e la presenza di guest-star di lusso, con un epilogo musicale irresistibile, rendono questa nuova disavventura della band rock un film da amare, tra risate e malinconia.









